mercoledì 15 febbraio 2012
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Il modo con cui i giornali hanno trattato l’esito del cosiddetto caso Murphy mostra che nel mondo mediatico, il nostro mondo, c’è qualcosa che non va. Le pagine parlano da sole. Il 26 marzo 2010, sulla scia del New York Times, le accuse dell’avvocato Jeff Anderson contro Benedetto XVI e i cardinali Tarcisio Bertone e Angelo Sodano occuparono un posto di assoluto rilievo in tutte le prime pagine dei quotidiani italiani. Con toni che prevalentemente sembravano dare per buona la grave accusa al Papa e ai suoi collaboratori. «Il Papa coprì il prete pedofilo», «Ormai lo scandalo pedofilia punta direttamente a Ratzinger», «Ratzinger sapeva, Bertone ordinò il silenzio», «Silenzio sugli abusi», «Segreti e bugie», «Pedofilia, bufera sul Papa». Ecco quanto si leggeva in quelle prime pagine. E nei giorni seguenti fiumi di inchiostro continuarono a essere versati per seguire la vicenda. Che venerdì scorso ha avuto il suo termine giudiziario. Alla competente Corte distrettuale americana lo stesso avvocato Anderson ha richiesto di archiviare il caso, onde evitare di presentare ai giudici la risposta dovuta alla difesa sollevata dalla Santa Sede per chiedere l’archiviazione del caso. E questo comporta, come ha sottolineato l’avvocato della Santa Sede Jeffrey S. Lena, «l’archiviazione immediata della causa, senza che sia necessaria una sentenza in merito emanata dalla corte». In pratica, la dimostrazione che le pesanti  accuse rivolte a papa Ratzinger due anni fa erano inconsistenti. Tant’è che lo stesso avvocato Anderson, evidentemente più attento agli aspetti mediatico–spettacolari della causa che a quelli sostanziali, non avendo potuto provare la sua sconclusionata  tesi ha preferito rinunciare alla battaglia legale e a una dura sconfitta. Ebbene, questa notizia, perché di notizia si tratta, quale spazio ha trovato nel circolo mediatico nostrano? La risposta è semplice: la “vittoria” giudiziaria della Santa Sede è stata riportata da Avvenire, dalla Stampa (Andrea Tornielli) e dal Tempo (Andrea Acali). Punto. Nel resto dei quotidiani nazionali non si è trovato spazio per un titolo né in prima pagina, né in quelle interne. La sproporzione con quanto accaduto il 26 marzo di due anni fa è plateale. E ingiustificata. Ha commentato amaramente la Radiovaticana: «Si è conclusa nel silenzio dei mass media una dolorosa vicenda di abusi che avrebbe voluto coinvolgere il Papa e la Santa Sede». La Chiesa  sta affrontando con serietà e tenacia il terribile dramma degli abusi perpetrati al suo interno all’insegna della «guarigione» e del «rinnovamento». E Benedetto XVI, già quando da porporato guidava l’ex Sant’Uffizio, è fortemente impegnato a spingere tutto il corpo ecclesiale in questa direzione: attenzione primaria alle vittime degli abusi e alla guarigione delle ferite materiali e spirituali che hanno devastato le loro vite; rinnovamento nelle strutture, nelle norme e nel personale ecclesiastico – anche con duri provvedimenti canonici – per impedire che il male del passato si ripeta oggi e nel futuro. È giusto che la stampa segua questo processo con occhio vigile e, quando necessario, anche critico. Ma non è giusto che nasconda le notizie quando queste, si potrebbe pensare, non collimano con un proprio pregiudizio negativo verso la Chiesa e lo stesso Papa. Può darsi che oggi, o magari domani, queste righe verranno smentite dal fatto che anche i lettori degli altri giornali potranno finalmente sapere come è finita la storia che appresero dalle prime pagine di quel 26 marzo 2010. Saremmo i primi a rallegrarcene. E soprattutto sarebbe un buon segno per questo nostro mondo di carta.
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