mercoledì 14 marzo 2018
La famiglia umana chiamata ad abbattere barriere e divisioni. Il decennale della morte, che ricorre oggi, occasione per approfondire la figura della fondatrice del Movimento dei Focolari
Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, durante il Gen Fest del 2000 a Roma

Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, durante il Gen Fest del 2000 a Roma

Luce e unità. Due parole, due immagini, due “fotografie” che in qualche modo riassumono la straordinaria testimonianza di vita e di fede offerta da Chiara Lubich. Due espressioni che il Papa ha fatto proprie nel messaggio per l’apertura della causa di beatificazione e canonizzazione della fondatrice del Movimento dei Focolari. Chiara Lubich, scriveva Francesco il 27 gennaio 2015, è stata «un luminoso esempio di vita » che «ha acceso per la Chiesa una nuova luce sul cammino verso l’unità». Un omaggio, un riconoscimento, che oggi, nel decimo anniversario della scomparsa (14 gennaio 2008), è diventato, anche, un punto interrogativo: Chiara Lubich è stata capita fino in fondo? Soprattutto, è stata compresa la sua profezia, il suo impegno per la coesione sociale, il suo contribuito al risanamento della frammentazione che appesantisce e fa soffrire l’umanità?

«Una prima constatazione: la visione di Chiara Lubich – spiega Vincenzo Buonomo, ordinario di diritto internazionale alla Pontificia Università Lateranense – nasce dalla lettura di un pianeta diviso, penso ai grandi blocchi geopolitici, ma risponde anche alla realtà del nostro mondo non più diviso, ma frammentato! Leggendo situazioni che limitano o addirittura impediscono alla famiglia umana di proseguire nel suo cammino unitario, Chiara lancia l’idea del mondo unito per superare rapporti tra popoli e Stati che procedono con la contraddizione di “unire escludendo”. Come negare che l’ingiustizia, la fame, le discriminazioni razziali, l’individualismo, le guerre convivono con i processi di integrazione, con le intese sovranazionali, con raffinati strumenti di cooperazione, ma tenendo ai margini chi per tante situazioni (povertà, diversità etnica, differenza di idee, opinione, religione…) è diverso? Per Chiara – prosegue Buonomo – la costruzione dell’unità della famiglia umana si realizza attraverso la responsabilità di ciascuno chiamato a tradurre sul piano sociale e delle relazioni internazionali la fondamentale “scelta di Dio”.

Ma tale responsabilità per dare frutti ha bisogno di unirsi alla responsabilità dell’altro e degli altri, magari attraverso quella regola d’oro comune a religioni e culture. È interessante notare che la metodologia del mondo unito di Chiara Lubich è coinvolgente, non ha barriere poiché può appassionare credenti delle diverse confessioni e religioni come pure quanti pongono alla base del loro credo la “scelta del fratello”. Di fronte ad un mondo frammentato è qualcosa in più di una speranza, è fiducia nel domani» . Resta da capire se, realisticamente, guardando all’oggi del mondo, questa visione può funzionare. «Nel maggio 1997 – sottolinea il docente di diritto internazionale –, parlando all’Onu, Chiara Lubich disse che l’unità del mondo non è nei piani delle strutture, magari degli Stati o delle loro forme di Organizzazione.

Ad unirsi sono le persone, le comunità, i popoli: è la famiglia umana, poiché al suo interno i rapporti sono pensati per ab- battere divisioni e barriere di ogni tipo. Un realismo in linea con la dottrina della Chiesa e che allarga la visione dei rapporti internazionali. E dunque ognuno può unire il mondo, con il comportamento, le azioni, la formazione, la disponibi-lità, la comprensione dell’altro e il servizio all’altro. Ognuno coglie il significato di mondo unito se è realmente proiettato verso l’altro, e non per interesse, o anche per amicizia, filantropia o afflato spirituale, ma per costruire un’unità profonda con lui, e così via via da questa unità coinvolgere “i tanti”altri. Per Chiara ciò che è impossibile a comportamenti isolati, magari divisi, può realizzarsi attraverso l’amore verso l’altro, la comprensione reciproca, la disponibilità ad operare insieme.

E questo non annulla le individualità, ma anzi le garantisce; non esclude le diversità, ma le fonde. Non è facile, ma possibile. Questo sembra voler dire che per Chiara Lubich ognuno è protagonista dei rapporti internazionali. «Nel 1988 in un congresso – continua Buonomo –, insistendo sulla necessità di una cultura della pace e non semplicemente della pace, Chiara Lubich disse che “almeno con la fantasia ogni uomo siede nelle grandi assise internazionali”.

Questo significa che con il mio comportamento posso anche dividere il mondo. E lì diventa difficile, umanamente, accettare l’idea che l’ingiustizia sociale, la fame, il razzismo, l’individualismo, le guerre, ecc. sono frutto anche del mio comportamento, che sono io responsabile. È più semplice pensare che si tratta di situazioni che sfuggono alle mie possibilità e al mio controllo, e quindi dire che dipendono dal comportamento degli Stati, dei governi più forti, dal desiderio di potere di qualcuno… E si potrebbe continuare a descrivere i “colpevoli”, o gli “anonimi responsabili” di ingiustizia sociale, fame, razzismo, guerre».

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