domenica 19 settembre 2010
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La vicenda biografica del cardinale John Henry Newman (1801-1890) ci si presenta come un itinerario pasquale, un cammino difficile e affascinante che lo conduce a raggiungere la luce della verità, della verità fatta persona in Cristo Gesù che continua a vivere nella sua Chiesa. Il suo è un cammino personale e insieme ecclesiale. In realtà Newman sapeva entrare con passione nella storia della Chiesa, in concreto nella vita dei santi, nella loro vita interiore, e questo specialmente ponendosi alla scuola dei grandi Padri della Chiesa. Vorrei soffermarmi sul rapporto che Newman ha vissuto con una specifica Chiesa locale, quella ambrosiana, non solo per il suo riferimento di studioso al «maestoso Ambrogio» – come lo chiama – ma anche per il suo soggiorno a Milano dal 20 settembre al 23 ottobre 1846, durante il viaggio verso Roma: un soggiorno che ha lasciato una singolare risonanza nell’animo di Newman, come lui stesso scrive nelle otto Lettere mandate da Milano agli amici in Inghilterra. Il 9 ottobre 1846, nel primo anniversario della sua conversione, scrive: «Oggi è un anno dacchè sono nella Chiesa cattolica e ogni giorno benedico Lui che mi conduce dentro sempre più. Sono passato dalle nubi e dalle tenebre alla luce, e non posso guardare alla mia precedente condizione senza provare l’amara sensazione che si ha quando si guarda indietro a un viaggio faticoso e triste». E conclude: «Quando ero felice nella Chiesa inglese era soprattutto quando non era inglese». È una Chiesa in qualche modo «speciale» quella che Newman incontra nel Duomo e in altre chiese di Milano, che lo colpiscono fortemente per il numero di comunioni: «Sono stato proprio molto impressionato dal numero di comunioni; esse non solo avvengono ogni giorno, ma la balaustra è gremita parecchie volte nello spazio di un’ora... io penso di non aver visto una Messa senza che ci fosse chi si comunicava – oltre le comunioni fuori della Messa». Qui «nella città di sant’Ambrogio – osserva – uno comprende la Chiesa di Dio più che non nella maggior parte degli altri luoghi ed è indotto a pensare a tutti quelli che sono sue membra. E inoltre non si tratta di una pura immaginazione... c’è qui una ventina di chiese aperte a chi vi passa davanti, e in ciascuna di esse si trovano le loro reliquie, e il Santissimo Sacramento preparato per l’adoratore, anche prima che vi entri. Non vi è nulla che mi abbia mostrato in maniera così forte l’unità della Chiesa come la Presenza del suo Divin Fondatore e della sua Vita dovunque io vada». Le «impressioni» suscitate in Newman dalle chiese di Milano, mentre ci fanno riscoprire aspetti interessanti sul loro passato, ci mostrano come «la santità popolare» – frutto di una fede vissuta nel quotidiano da parte di tutta una comunità – abbia saputo sprigionare in lui una grande forza missionaria, un invito a lasciarsi interrogare e conquistare nel suo cammino verso la verità tutta intera.La città di sant’Ambrogio e il grande san CarloNewman scrive: «Questo è il luogo più meraviglioso – che mi impressiona più che non Roma. Certo, io non ero ancora cattolico quando vi andai, ma Milano presenta maggiori richiami, che non Roma, con la storia che mi è familiare. Qui ci fu sant’Ambrogio, sant’Agostino, santa Monica, sant’Atanasio, ecc. Fino a san Leone, Roma raramente offre rilevanti motivi di interesse dal profilo della storia – eccetto ovviamente alcuni grandi martirii, come quello di san Lorenzo». In una lettera scritta alla sorella, confessa: «Io non sono mai stato in una città che mi abbia così incantato: stare davanti alle tombe di grandi santi come sant’Ambrogio e san Carlo – e vedere i luoghi dove sant’Ambrogio ha respinto gli Ariani, dove santa Monica montò la guardia per una notte con la "pia plebs", come la chiama sant’Agostino, e dove lo stesso sant’Agostino venne battezzato. Le nostre più vecchie chiese in Inghilterra non sono nulla quanto ad antichità rispetto a quelle di qui, e a quel tempo le ceneri dei santi sono state gettate ai quattro venti. È cosa così grande essere dove i primordia, la culla, per così dire, del cristianesimo continuano ad esserci». In Milano Newman rimane attratto dalla «liturgia» della Chiesa ambrosiana, diversa dal rito romano. Ecco una sua curiosa testimonianza: «È tuttora in vigore la vecchia liturgia ambrosiana, o Messa, che riporta indietro proprio all’età del grande Santo. Per alcuni aspetti mi piace di più di quella romana...». E non risparmia un’osservazione critica sulla musica ambrosiana: «Non posso dire che piaccia alle mie orecchie... Siamo stati l’altra domenica in un Oratorio... I ragazzi e i giovani cantavano con grande vivacità e animazione corali e brani simili... Dubito che dei ragazzi possano essere interessati al gregoriano». Newman è incantato dal Duomo: «Il Duomo è l’edificio più incantevole che mai abbia visto. Se si va per la città, i suoi pinnacoli assomigliano a neve luminosa contro il cielo blu. Siamo stati due volte sulla sua cima, dalla quale appaiono belle le Alpi, specialmente il Monte Rosa».L’incanto più vero è per il Duomo «vivo e in movimento»: per i fedeli che celebrano il culto. Nutrono la loro fede, esprimono la loro pietà. Possiamo dire che nella scoperta del senso della liturgia da parte di Newman hanno un posto le assemblee incontrate nel Duomo di Milano: «Una Cattedrale cattolica – scrive – è una specie di mondo, ciascuno dei quali si muove intorno alla propria attività, solo che questa è di tipo religioso; gruppi di fedeli o fedeli solitari – in ginocchio o in piedi –, alcuni presso le reliquie, altri presso gli altari – che ascoltano Messa e fanno la comunione –, flussi dei fedeli che si intercettano e si oltrepassano a vicenda – altare dopo altare accesi per la celebrazione come stelle del firmamento – o la campana che annuncia ciò che sta incominciando nei luoghi sottratti al tuo sguardo – mentre nel contempo i canonici in coro recitano le loro ore di mattutino e lodi o vespri, e alla fine l’incenso sale a volute dall’altare maggiore e tutto questo in uno degli edifici più belli del mondo...». Ma per Newman dire «il Duomo» significa dire «il grande san Carlo». Nelle sue lettere agli amici inglesi più volte ne racconta la vita e la morte, la passione pastorale e la spiritualità, l’influsso dell’attività a favore della Riforma cattolica del Concilio di Trento sia nella propria che in altre diocesi. Se già aveva una conoscenza storica su san Carlo, ora, qui in Milano, egli trova concreto riscontro nelle tracce vive e permanenti dell’azione del Borromeo. È davvero «impressionante» la grandezza del vescovo riformatore e pastore, una grandezza che non conosce tramonto: «Nonostante ogni sorta di male, di genere politico o altri; nonostante mancanza di fede e altri cattivi spiriti del giorno, c’è un’intensa devozione per san Carlo». Una devozione che non è solo preghiera, ma impegno di vita: «E la disciplina del clero è sostenuta dalle sue norme in modo più esatto di quello che noi abbiamo trovato in Francia o di quanto lo sia a Roma». E precisa: «San Carlo sembra vivere ancora. Tu vedi i suoi ricordi da ogni parte – il crocifisso che fece cessare la peste quando egli lo portò lungo le vie – la sua mitra, il suo anello – le sue lettere. Soprattutto le sue sacre reliquie: ogni giorno si celebra la Messa presso la sua tomba, e puoi vedere questo da sopra. O bone pastor in populo sembra conficcato nella mente da ogni cosa che si vede. Ed è come se ci fosse una connessione tra lui e noi...». Quel «noi» rimanda agli inglesi, per i quali Newman prega il santo riformatore, in ordine a ritrovare l’autentica fede e vita cattolica: «non posso che aver fiducia che egli farà qualche cosa per noi lassù, dove è potente, questo benché noi siamo da una parte delle Alpi ed egli sia appartenuto all’altra».Il messaggio per l’uomo d’oggiQuale messaggio può venire all’uomo d’oggi dal nuovo beato, cardinal Newman? È il messaggio legato alla sua «conversione», intesa come cammino di vita verso la "luce" e impegno costante di "fedeltà" alla luce stessa. A un certo punto nella sua lunga esperienza di preghiera, di riflessione, di penitenza, a Newman riapparve quella luce che lo condusse il 9 ottobre 1845 a «sentirsi raccolto nell’unico ovile di Cristo» (Apologia, p. 207). «Avevo l’impressione – scriveva nel 1864 – di entrare nel porto dopo una traversata agitata: per questo la mia felicità, da allora fino ad oggi, è rimasta inalterata» (Apologia, p. 211). Era, questa, solo una tappa del suo lungo viaggio: sarebbe continuata in lui un’eroica e incessante lotta interiore, nell’adesione piena a Dio e nel consenso libero alla coscienza. E divenne così un esempio di guida spirituale, temprata dalle difficoltà affrontate e dalla diffidenza da cui si sentì circondato. La sua vita, definita da molti un «olocausto alla verità», rimane un prezioso punto di riferimento in questo momento storico-culturale. Di fronte alle agitate tensioni e ai difficili discernimenti che la società ci impone, Newman invita tutti noi a mantenere un sapiente distacco dalle preoccupazioni materiali della vita per lasciare posto in noi alla crescita continua di ciò che è essenziale e decisivo: l’amore di Dio. I nostri giorni ci obbligano a ritrovare un pensiero robusto e una pratica cristiana aperta e lungimirante, dentro la quale tutto – la ricerca teologica, l’interpretazione della cultura e il sentire ecclesiale – sia animato e accompagnato da una vera e profonda esperienza spirituale, pronta ad onorare sempre il primato del Dio invisibile e vicino. E questo dentro la Chiesa, dei Padri e di oggi, la Chiesa nella sua fragilità umana e nella sua santità.
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