venerdì 10 agosto 2018
Gli studenti appena diplomati e universitari del movimento fondato da don Luigi Giussani hanno voluto prepararsi in pellegrinaggio a incontrare sabato e domenica papa Francesco
A Roma per rispondere alla domanda di Gesù: mi ami tu?
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Una fila colorata di magliette fradice di sudore sono quelle di ottocento ragazzi che sotto la canicola di un sole tropicale salgono cantando da via Merulana accalcandosi davanti a Santa Maria Maggiore. Per questa tappa del loro cammino l’alzata è suonata all'alba e da San Pietro a qui hanno fatto sei chilometri a piedi. In silenzio entrano nella basilica. Recitano la preghiera a Maria di padre Louis de Grandmaison poi - prima di ascoltare le parole di don Pigi Banna che li accompagna - i canti con il coro aperti da Molly della Cattolica di Milano seguendo il libretto con le mappe, le letture e le preghiere interamente fatto da loro per questo pellegrinaggio delle sette chiese a Roma.

Sono gli studenti appena diplomati e universitari del movimento fondato da don Luigi Giussani che hanno voluto preparare così il prossimo appuntamento di sabato e domenica con papa Francesco. Vengono da diverse città italiane, un gruppo anche da Madrid e a loro si uniranno altri milleduecento che hanno risposto senza riserve alla chiamata. Uno di loro, lo chiamano Pepe, apre la pagina con il messaggio di don Juliàn Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, inviato per questa occasione: «Perché andare a Roma nel cuore dell’estate? Perché qualcuno ci ha convocato, il Papa… Ci ha invitato qualcuno di cui ci fidiamo. Quali ragioni abbiamo per fidarci? Dobbiamo guardare alla nostra esperienza. Ce lo ha ricordato papa Francesco con le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: “Rabbì […], dove dimori?”. Egli rispose: “Venite e vedrete”.

Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui… avete incontrato questo sguardo?«. «Convocandovi a Roma insieme al Papa, il Signore metta ciascuno di voi davanti alla grande domanda che rivolse a Pietro sulla riva del lago – scrive ancora Carrón – quel mattino in cui aveva cucinato del pesce per i Suoi amici: “Mi ami tu?”. È bellissimo che non ve la risparmi proprio in questo momento della vostra vita. Siete amici per questo, per aiutarvi a rispondere ciascuno personalmente e con semplicità alla domanda di Gesù». «Come rispondiamo a questo invito? – riprende don Pigi Banna – mettendo in gioco tutto quel che siamo, tutta la nostra vita. Tutta la domanda di ciò che siamo. Ecco perché non possiamo lasciarci sfuggire l’occasione di portare la domanda che più abbiamo a cuore ». E ritorna alle parole di Carrón: un pellegrinaggio è sempre un gesto di mendicanza. Per questo andiamo a Roma come mendicanti, perché Cristo ci tenga la mano sulla testa».

Da qui il giro delle sette chiese. «Lo facciamo – dice don Banna all’inizio – ripercorrendo il cammino dei pellegrini di questa città, lungo la memoria di martiri e santi che hanno segnato la storia della Chiesa e perciò la nostra storia che ci ha portato qui. In alcune chiese celebreremo la Messa, in altre faremo testimonianze o assemblee altre le visiteremo semplicemente. Andando dal Papa, domandate, mendicate la conoscenza nuova che Cristo ha promesso a chi lo segue con la semplicità di un bambino e domandate a Cristo: “Dammi perfino questo atteggiamento, perché da solo non me lo so dare”». Fuori intanto li attende il sole implacabile e lo sciame di ragazzi si dirige al Colle Oppio, a un passo dal Colosseo, per consumare insieme un pranzo al sacco prima di ripartire per Santa Croce in Gerusalemme. Hanno l’aria distesa ma anche compresa di quello che stanno compiendo e del perché sono qui. E ne parlano con semplicità e pertinenza. Nel gruppetto degli studenti romani seduti sull’erba Marco viene da Tor Bella Monaca. Si è appena diplomato e insieme a Giovanni iscritto a Giurisprudenza - e non si è perso una parola di quanto ha ascoltato nella riflessione nella basilica commentano e parlano della loro esperienza, del loro sentirsi voluti bene e come il fatto di essere qui oggi sia la conseguenza della fiducia all’incontro che li ha segnati in questi anni. 'Noi siamo stati chiamati come giovani non come movimento' riprende Edoardo di Roma Tre. E anche per il suo amico Cristian, con il quale divide il kebab, questa è una possibilità nuova di approfondire quello che si è vissuto.

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