sabato 6 giugno 2015
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Ormai è questione di ore e nella nunziatura apostolica di Sarajevo, ricostruita nell’immediato dopoguerra recuperando un palazzo ottocentesco di stile imperiale ridipinto di giallo, si respira l’aria della vigilia per l’arrivo proprio in queste stanze del Papa, che pranzerà con i vescovi della Bosnia a mezzogiorno di domenica. Il secondo Papa in venti anni, il primo fu Giovanni Paolo II che arrivò qui il 12 aprile del 1997. «Restano vive più che mai le immagini di allora, con il Pontefice sotto una tormenta di neve – ricorda l’arcivescovo Luigi Pezzuto, nunzio apostolico in Bosnia-Erzegovina e Montenegro dal 2012 –, con la scena di Giovanni Paolo II avvolto nei paramenti liturgici, sferzato dalla neve, mentre celebrava la messa allo stadio "Kosevo" che è entrata nella memoria collettiva e storica della Bosnia e della sua gente: cattolica, ma anche musulmana e ortodossa». Oggi il clima che accoglierà il nuovo Papa, non sarà quello pungente di un ventennio fa: «Anche perché sono cambiati anche i venti della storia – aggiunge Pezzuto –, sebbene qui in Bosnia resta ancora molto da fare». La guerra dal ’92 al ’95 che fece oltre centomila vittime è una icona che in Bosnia ha il sapore dello spettro, di cui si parla a fatica. Il dopoguerra, quello dagli accordi di Dayton del 1995 fino ad oggi, resta un travagliato percorso diplomatico, storico e d’integrazione etnica irrisolta. Allora come oggi, la Bosnia resta divisa in tre macro aree, con relativi presidenti che a turno si alternano al comando della Federazione. Dato questo sufficiente per comprendere i delicati equilibri ereditati dalla guerra di cui l’Europa sembra disinteressata. Ma il Paese che papa Francesco incontrerà è anche il “porto franco” dove fiorisce lo spaccio di armi e droga, un Paese segnato dalla corruzione, con i grattacieli e i centri commerciali di Sarajevo da una parte e dall’altra il malcontento di una popolazione sempre più povera che un anno fa sfociò in manifestazioni di piazza, culminate con l’attacco ai palazzi governativi della capitale da parte dei manifestanti, che solo per un soffio non hanno riportato il Paese al clima di guerra del passato.La crisi interna si unisce poi a quella internazionale, che spinge il nunzio in Bosnia a ribadire fermamente: «Per la Bosnia è giunto il tempo di superare gli accordi di Dayton. Nuove regole vanno riscritte per permettere a questa terra di sopravvivere a se stessa e alla storia. Il Papa oltre al suo messaggio riporterà l’attenzione internazionale sulla questione bosniaca che ad oggi resta irrisolta». «Questa è una società – prosegue Pezzuto – che va aiutata a restare unita. E non si deve permettere, come qualcuno vorrebbe, la frammentazione ulteriore di una realtà politico-sociale già compromessa. L’Europa in questo deve marcare maggiormente la sua presenza, se vuole permettere di consegnare la Bosnia al suo futuro. Diversamente, le spinte secessioniste che ancora resistono, troveranno terreno facile tra la popolazione, con ripercussioni imprevedibili. Per questo mi aspetto che l’incontro ecumenico del papa con i capi religiosi bosniaci dia nuova slancio a questo clima di unitarietà, sulla scia di quanto già seminato da Giovanni Paolo II».Poi sposta l’attenzione sul piano economico: «Oggi mancano investitori, e l’economia è debole, ma con grandi potenziali. A partire dall’agricoltura che in tutta la Bosnia è praticamente inesistente. E quando dico "inesistente" dico che qui ci sono terreni fertili vocati a vari tipi di agricoltura, soprattutto quella sostenibile e quindi biologica». Il suo non è però un invito alle multinazionali che potrebbero sfociare nel land grabbing (appropriazione del territorio): «Qui bastano minimi investimenti per sostenere e incentivare l’iniziativa privata di molti contadini. Con due-tremila euro è possibile costruire una stalla e permettere a una famiglia di mantenersi. Questo sostegno agricolo verso i singoli consentirebbe di arginare la pesante emigrazione. Solo se impediamo lo svuotamento e la frantumazione della Bosnia possiamo pensare alla pacificazione della Bosnia del futuro!». Il Paese, dice il diplomatico vaticano, «è molto meno di quanto si pensa, ma molto più di quanto dicono».
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