mercoledì 4 aprile 2018
Nella diocesi di Mindong a Pasqua una sorta di test sul dialogo
Il Vangelo è l'unica missione della Chiesa cattolica in Cina
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L’urgenza di annunciare in Cina la buona notizia della Resurrezione è stata espressa con forza dal vescovo “clandestino” di Mindong, Guo Xijin, alla fine della Messa di Pasqua. Lo ha fatto dicendo ai cattolici cinesi che «noi siamo più passivi e prudenti rispetto ai protestanti, così la [nostra] fede non si è diffusa in modo veloce ». Era davanti a una piccola folla di bambini, dopo la celebrazione pasquale a Luojiang partecipata da centinaia di fedeli, per lo più di mezza età e anziani. Tra i motivi di eccessiva «passività» e «prudenza» c’è sicuramente anche il problema dei rapporti irrisolti tra Santa Sede e Governo cinese, che appesantisce questa Chiesa da quasi settant’anni. Lo conferma proprio il caso del vescovo Guo, da alcuni mesi al centro dell’attenzione dei media internazionali.

La mattina del giorno di Pasqua, “Radio Australia” ha diffuso la notizia che non avrebbe celebrato la Messa perché arrestato dalle autorità cinesi. Era stato «rapito», aveva infatti assicurato qualche giorno prima una nota agenzia missionaria cattolica. Ma dopo la celebrazione di Pasqua, riferisce il “Financial Times”, il vescovo Guo «ha negato il rapimento di cui hanno dato notizia media cattolici».

Le cose sono andate in modo più complesso, come spesso accade in Cina, e se si vuole capire veramente come stanno bisogna guardarsi dalle fake news. Ai giornalisti, il vescovo ha confermato di aver dovuto lasciare la sua diocesi per alcuni giorni. «Non posso dire di essere stato costretto, ma in certe circostanze non c’è altra scelta». La situazione della diocesi di Mindong – dove sono presenti un vescovo legittimo (Guo Xijin) non riconosciuto dal governo e uno illegittimo (Zhan Silu) riconosciuto invece dalle autorità – è stata affrontata nei mesi scorsi nei contatti riservati tra rappresentanti della Santa Sede e del governo cinese. Per favorire la riconciliazione tra cattolici “clandestini” e “ufficiali”, Guo ha accettato di diventare vescovo ausiliare di Mindong, lasciando la guida della diocesi a Zhan, che ha chiesto di tornare in comunione con il Papa.

È dunque una situazione avviata a soluzione, ma non ancora definitivamente sanata. In tale contesto, le autorità locali hanno chiesto al vescovo Guo di concelebrare con Zhan le festività pasquali. Come ha riferito nei giorni scorsi “Vatican insider”, Guo ha spiegato loro di essere pronto a concelebrare con Zhan non appena questi verrà legittimato da Roma. Lo ha confermato lui stesso domenica ai giornalisti, dicendo di aver declinato la richiesta di concelebrare con l’altro vescovo, aggiungendo però di essere pronto a farlo non appena «sarà il momento».

Il vescovo Guo Xijin è stato al centro di una complessa vicenda Secondo alcuni media sarebbe stato rapito, circostanza negata dal presule che però ha ammesso di essersi allontanato dalla sua diocesi: «Non posso dire di essere stato costretto, ma in certe circostanze non c’è altra scelta»

Il vescovo Guo Xijin è stato al centro di una complessa vicenda Secondo alcuni media sarebbe stato rapito, circostanza negata dal presule che però ha ammesso di essersi allontanato dalla sua diocesi: «Non posso dire di essere stato costretto, ma in certe circostanze non c’è altra scelta»

Dopo il suo rifiuto, Guo ha dovuto allontanarsi per qualche giorno. La sua spiegazione è stata: «Dal punto di vista del governo non siamo legali, così durante questo periodo delicato [la Settimana Santa] ci hanno chiesto di limitarci un po’». Ma ha aggiunto: «C’è un contatto tra il governo e Roma. Dobbiamo solo aspettare ». E a scanso di equivoci ha chiarito la sua volontà di obbedire: «Se la Chiesa e il governo possono raggiungere un accordo, allora lo seguiremo ».

La ricostruzione dei fatti chiarisce molte cose riguardo a questa vicenda, intorno al quale si è scatenata una impressionante campagna stampa internazionale. Solo nell’ultima settimana, sono intervenuti sulla questione, alcuni più volte, “France Press”, “Reuters”, “Associated Press”, “Washington Post”, “New York Times”, “Financial Times”, “The Guardian”, “Le Figaro”, “l’Express”, “El Clarin”, “La Vanguardia” e molti altri media. In molti casi, a senso unico. Proprio mentre il Vaticano sta per firmare un accordo con la Cina durante la Settimana Santa, hanno sostenuto i più, il governo cinese rapisce un vescovo fedele al Papa per impedirgli di celebrare la Pasqua.

La scelta vaticana, gravemente sbagliata, sarebbe perciò quella di preferire «il governo cinese e la Chiesa da questo sponsorizzata, la Chiesa patriottica » e di «svendere la Chiesa in Cina » e i veri cattolici cinesi, cioè i “clandestini”, sarebbero molto arrabbiati con il Papa e non accetteranno l’accordo. Ma è una lettura costruita ad arte che non risponde al vero. Anzitutto, non era previsto alcun accordo durante la Settimana Santa. La notizia di una firma entro il mese di marzo è stata data qualche settimana fa dal cardinal Zen, ma era infondata.

È stata poi rilanciata innumerevoli volte dalla stampa internazionale – malgrado la smentita ufficiale della Sala Stampa vaticana – più o meno accompagnata da rivelazioni anch’esse senza fondamento come quella che «l’accordo darebbe al presidente eterno Xi Jinping di fatto il potere di nominare i vescovi». Oltre a mobilitare le pressioni internazionali contro il Vaticano, queste fake news permettono poi – quando l’accordo non arriva – di denunciare i «ritardi» e le «resistenze » dei cinesi, la loro «inaffidabilità», l’«ingenuità» e le «illusioni» dei collaboratori del Papa (che, si ripete senza sosta, continuerebbero ad agire a sua insaputa: altra falsità smentita ufficialmente dalla Sala Stampa vaticana).

In secondo luogo, il vescovo Guo non è stato rapito. Per lui è stata certamente una settimana molto pesante, ma probabilmente, come ha scritto Gianni Valente, c’è stato un intervento vaticano che ha alleggerito la sua posizione e il vescovo ha potuto celebrare sia la Messa crismale sia la Messa pasquale. In questo senso, perciò, la vicenda ha costituito una sorta di stress-test del dialogo, dimostrando che anche in situazioni di tensione è possibile mantenere aperto un confronto franco e costruttivo. In ogni caso, come ha ribadito lo stesso Guo, se le due parti sanciranno un accordo il problema sarà risolto.

Questa vicenda, dunque, mostra esattamente l’opposto di quanto vogliono gli avversari del dialogo: prima si trova un’intesa – come quella, limitata e parziale, che si va cercando - meglio è per la Chiesa in Cina. Smentisce inoltre che la Santa Sede abbia abbandonato i vescovi clandestini alla loro sorte e che questi siano arrabbiati con il Papa e pronti a disobbedirgli. Ciò che è accaduto a Mindong, infine, mostra soprattutto il forte sensus ecclesiae dei cattolici cinesi.

La vasta opposizione all’accordo tra Santa Sede e Cina ha motivi sia generali sia specifici. Rientra infatti in una più generale campagna contro papa Francesco. Nei suoi confronti sta manifestandosi, in alcuni settori della realtà cattolica che sono di fatto alleati con poteri economici e mediatici, un’opposizione che non ha avuto precedenti in altri pontificati contemporanei. In questo quadro non sono pochi quelli che si augurano un suo fallimento sulla complessa questione cinese. C’è poi un motivo specifico, per cui “L’Express” ha titolato “Cina: la strada falsa del Papa”.

Dietro le pressioni dei comunisti cinesi sui cristiani si nasconde, secondo il settimanale francese, la grande paura che entri in Cina «lo spirito liberale occidentale, con il suo seguito di libertà fondamentali (di culto, di pensiero, di espressione, di andare e venire...)». Un accordo tra Santa Sede e Cina, dunque, sarebbe segnato da queste preoccupazioni di Pechino e non sarebbe in linea con gli interessi dell’Occidente. Ma la Chiesa cattolica pensa soprattutto al futuro di questo grande Paese, rappresentato dai bambini cui guardava il vescovo Guo, riconoscendo dolorosamente la lentezza con cui procede in Cina l’annuncio del Vangelo. È al bene del popolo cinese che mira un eventuale accordo tra Santa Sede e Governo di Pechino.

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