venerdì 5 gennaio 2018
L'Opera Romana Pellegrinaggi lancia i viaggi per rivivere la «fuga in Egitto». Venticinque le tappe. Dalla grotta del Bambinello al Cairo all’“albero di Maria”. Sul Nilo la “sacra scala”
Un monaco copto nel deserto egiziano lungo le vie percorse dalla Santa Famiglia (foto Gambassi)

Un monaco copto nel deserto egiziano lungo le vie percorse dalla Santa Famiglia (foto Gambassi)

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Nel dedalo di viuzze che animano il Vecchio Cairo, una di poche decine di metri, strettissima, arriva alla chiesa di San Sergio. È la più antica dell’Egitto. Ma resta in disparte, stretta com’è fra le alte mura di monasteri e palazzi. L’aggettivo che viene in mente è schiva: già, una chiesa dimessa, meno decantata della vicina “chiesa sospesa” che svetta sui pilastri dell’antica fortezza di Babilonia e che con le sue centodieci icone rappresenta un gioiello d’arte. San Sergio è però l’anima più autentica del Cairo cristiano. Si scendono pochi scalini per entrarci. E tutto è pronto per il Natale copto che viene celebrato il 7 gennaio.

Ma non sono tanto le tre navate lo scrigno. Bisogna ancora andare più in basso, nella cripta, per trovarne il cuore e incontrare chi si inginocchia in preghiera con la testa abbassata. È dentro la minuscola cappella appena restaurata che si scorge un giaciglio in pietra. Il cartello spiega: “Qui ha dormito Gesù Cristo quando era bambino”. Perché la chiesa che risale al quinto secolo è stata edificata sopra la grotta in cui, secondo la tradizione, la Famiglia di Nazaret si nascose per tre mesi durante la fuga in Egitto. «Il Signore, Maria e Giuseppe – racconta il parroco Angelos Gherghes – si rifugiarono in questo luogo per sottrarsi ad alcuni emissari di Erode che li inseguivano. E scelsero un angolo intorno alla fortezza, dal momento che qui viveva una delle poche comunità ebraiche presenti nel nostro Paese. Di fatto san Giuseppe optò per una zona “amica”, dove trovare connazionali che parlassero la sua lingua».

San Sergio è una delle venticinque località che la Famiglia dell’Emmanuel ha toccato nel suo peregrinare lungo il Nilo. Il Vangelo di Matteo riassume l’esilio in poche righe: con le parole dell’Angelo apparso in sogno a Giuseppe («Alzati, prendi con te il bambino e sua madre e fuggi in Egitto, e resta là finché non ti avvertirò, perché Erode sta cercando il bambino per ucciderlo») e accennando alla strage degli innocenti. «Eppure la tradizione copta ci consegna luoghi di culto e monasteri legati alla Santa Famiglia», afferma il vescovo ortodosso Yolios, vicario per il Vecchio Cairo. E un altro sogno – stavolta del patriarca d’Alessandria, Teofilo (385-412), a cui la Madonna svela l’itinerario della fuga egiziana – diventa la massima fonte di questo viaggio. O, come viene chiamato dal patriarcato copto, del «pellegrinaggio sui passi della Sacra Famiglia». Oggi è uno dei maggiori segnali che i cristiani d’Egitto mostrano al mondo, tornando a percorrere in modo pubblico i luoghi della “santa” fuga.

«Gesù è stato il nostro primo turista», sorride il “Papa” copto, il patriarca Tawadros II, nella sua residenza al Cairo. E aggiunge: «Siamo una terra consacrata dal Signore, di accoglienza, di pace. E il turismo religioso che il governo sta favorendo è fondamentale per avvicinare i popoli». Ne è convito anche il grande imam Ahmad Muhammad al-Tayyib. «Siamo stati la “casa” della Sacra Famiglia e di molti profeti – osserva il leader dell’università di al-Azhar, il prestigioso centro teologico dell’islam sunnita –. Fa piacere che si voglia promuovere il Paese come crocevia d’incontro fra i credenti di diverse fedi. Del resto chiunque tocca l’Egitto viene benedetto perché questa è una terra santa».

Anche dall’Italia si può partire. «Non possiamo comprendere a pieno il cristianesimo se non si conosce il Medio Oriente, compreso l’Egitto», afferma monsignor Remo Chiavarini, amministratore delegato dell’Opera Romana Pellegrinaggi. Proprio a ridosso delle piramidi, con una sua delegazione, ha presentato il nuovo itinerario dello spirito. «È un prolungamento del clima positivo creato dal viaggio di papa Francesco al Cairo lo scorso aprile – precisa il sacerdote –. E vuole essere anche un gesto per contribuire a rasserenare i rapporti fra l’Italia e l’Egitto». Il territorio è militarizzato: check-point lungo le strade, chiese presidiate dai militari, camionette della polizia a ogni incrocio. «La sicurezza è la nostra priorità – ribadisce il ministro del turismo, Yehia Rashed –. Siamo in grado di proteggere i pellegrini in ogni momento e in tutti i siti. Il terrorismo è un flagello per il mondo intero ma non può cambiare il nostro stile di vita». Poi tiene a far sapere: «Il governo egiziano sta sostenendo anche economicamente ogni azione e ogni progetto legato a questo itinerario. È uno dei “regali” che intendiamo fare ai cinque continenti».

Sulla politica di abbraccio ai “viaggiatori dell’anima” scommette il presidente al-Sisi in uno Stato a maggioranza islamica, dove su 95 milioni di abitanti i copti ortodossi sono 10 milioni e i cattolici appena 250mila. «Ai vertici politici sta particolarmente a cuore l’iniziativa – sottolinea il nunzio apostolico, l’arcivescovo Bruno Musarò –. E non va dimenticato che le “soste” della Santa Famiglia sono frequentate sia da cristiani, sia da musulmani». Per adesso i pellegrinaggi sono ridotti ai minimi termini. «Ma non ci interessano i numeri – dichiara il ministro –. Puntiamo sulla qualità».

Raccontano le storie apocrife che la Famiglia di Gesù sia entrata in Egitto dalla regione del Sinai. Ci resterà tre anni e undici mesi percorrendo 3.500 chilometri. Impossibile visitare oggi le prime località della fuga a cominciare da Rafah e da al-Arish, la “porta dell’Egitto”, vicino a cui lo scorso novembre vennero uccise in una moschea più di 250 persone dagli estremisti del Daesh. Ben diversa la situazione sul delta del Nilo. A Sakha si conserva l’impronta del Bambino impressa in una roccia. La pietra era rimasta nascosta per secoli e soltanto da una decina di anni è stata riportata alla luce. Tell Basta, a 80 chilometri dalla capitale, è un sito archeologico dove si narra che Gesù abbia fatto scaturire una sorgente d’acqua e abbia annientato gli idoli venerati dagli abitanti. Poco distante ecco Bilbeis: è il borgo dell’“albero di Maria” che si aprì per proteggere la Famiglia dai loro persecutori e da cui esce un balsamo curativo.

Sull’altra riva del fiume, nel deserto che guarda verso Alessandria, c’è la valle del Nitro (Wadi al-Natrun), polmone spirituale della Chiesa copta e culla del monachesimo egiziano. Poco distante dai monasteri di San Bishoi, di al-Suryan e di al-Baramos sta sorgendo l’“hub del pellegrino” finanziato con 4 milioni di dollari dall’esecutivo nazionale. Sarà una gigantesca cupola con 1.500 posti a sedere e proiezioni in 3D.

Al Cairo una delle tappe predilette dal popolo copto è il quartiere di Maadi nella periferia sud. Al tramonto i raggi del sole si riflettono sulla chiesa della Vergine Maria. La terrazza che fa da sagrato si affaccia sul Nilo. Accoglie giovani genitori con i loro bambini che corrono nel piazzale. Sembra quasi di vedere il piccolo Gesù, la Madonna e san Giuseppe dietro i volti di queste famiglie cristiane che trovano nella parrocchia un’oasi di pace fra le pieghe di una metropoli dove la tensione è ancora alta. «Il pozzo nella chiesa – racconta il vescovo Daniel – ha dissetato Maria. E da questo punto la Famiglia è salpata con una barca per raggiungere l’altra sponda del Nilo e andare verso sud». Il cunicolo sotterraneo dell’ennesima partenza è chiamato le “sacre scale”. «Vorremmo creare qui un centro per i visitatori», annuncia il vescovo. Il progetto c’è già e comprende anche un imbarcadero per le “crociere religiose” sul Nilo. «L’intento è che i pellegrini si fermino a Maadi almeno mezza giornata partecipando anche a momenti di preghiera in varie lingue».


Secondo il sogno di Teofilo, la fuga seguì il corso del grande fiume. A Gabal al-Tair, il “monte degli uccelli”, si trova l’albero “adoratore” che si inchinò a Cristo e ancora è genuflesso. Oppure è possibile fermarsi sul monte Qusquam, nel deserto occidentale, definito la “seconda Betlemme” perché la Santa Famiglia ci rimase sei mesi prima che l’Angelo rivelasse a Giuseppe la morte di Erode. È qui – nel governatorato di Asyut – che si trova il monastero di al-Muharraq, l’unico «consacrato da Gesù in persona», chiarisce il vescovo Daniel. Al suo interno viene conservato uno dei manoscritti in arabo sulla visione mariana di Teofilo; l’altro è nella Biblioteca Vaticana. «Nei Vangeli dell’infanzia – conclude monsignor Chiavarini – la fuga della Famiglia di Nazaret è descritta in modo sintetico ma si tratta di versetti ad alta densità teologica. Con il suo “viaggio della speranza” Cristo riassume in sé tutta la storia del popolo eletto. Non solo. L’immagine di Gesù profugo, molto cara al Papa, è oggi monito per l’Occidente e ci dice come le prospettive si siano ribaltate negli ultimi decenni: i luoghi del Nord Africa che accolsero il Bambino in cerca di salvezza con i genitori sono oggi quelli da cui si fugge per raggiungere l’Europa».

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