Non si chiede pace se nel cuore vi sono sentimenti di odio
martedì 17 ottobre 2023

Caro direttore
Questa mattina leggevo d’un fiato il vostro editoriale con le parole di Matteo Zuppi. Dunque c’è un filo che nessuno può spezzare perché nell’umanità è irriducibile lo spiraglio della speranza, come quelle luci del Caravaggio che filtrano sottili nel buio e poi accecano. “Chiedete pace per Gerusalemme: vivano sicuri quelli che ti amano” (Salmo 122, 6)” “E’ quello che chiediamo e che diventa impegno e responsabilità, perché non si chiede pace se nel cuore vi sono sentimenti di odio, di violenza, e non si chiede quello che non vogliamo vivere a partire da noi.”.

L’altra sera, da Fabio Fazio, una donna straordinaria, Liliana Segre col suo dolore del male che si ripete, cuciva con lo stesso filo. Resiste a definirsi “donna di pace”. Lei non credente era a dire che chi crede decide di non voler odiare e dà valore alla dignità di ogni vita. Difficile pensarlo quando per loro di Kfar Aza, per quelle creature, per i loro genitori il massacro è avvenuto, per gli ostaggi sono tenebre, per i soldati il combattimento. Quando intanto a Gaza una massa di disperati fugge in cerca di salvezza. I più fragili sono in un ospedale scampato alle bombe dove mancano le medicine e in ogni minuto può scoccare la morte.

Non vi è dubbio, la premessa è la condanna di Hamas, del terrorismo, di chi innalza una razzia di vite a trofeo da emulare. Nessun equivoco su chi vorrebbe l’annientamento degli “impuri”. La solidarietà per Israele è scritta nella storia e nel futuro. Eppure è parte di noi interrogarci sul contrasto doloroso tra una difesa e la morte di altri innocenti e di altri bambini. Hamas non è tutti i palestinesi.

Sì, Israele siamo noi. Siamo noi i palestinesi innocenti. Siamo ogni vittima. Siamo noi a doverci ricordare che dove vive la democrazia possono confrontarsi pensieri e maturare alternative. Riconoscerlo significa fare i conti con il bene della democrazia e insieme con la coscienza dell’Occidente, addormentata, malata di interessi, rassegnata.

In questa tragedia se uno spiraglio di speranza esiste, lo si può cercare nel soprassalto critico e nella volontà di un’alleanza tra chi arabo e musulmano, ebreo, cristiano o non credente, faccia prevalere un senso critico anche per contrastare il pogrom jihadista.

Ha scritto David Grossman, “Abbiamo visto trascurare il Paese a favore di una politica cinica” e subito dopo, “con tutta la rabbia nei confronti di Netanyahu le atrocità di questi giorni non sono state causate da Israele. È stato Hamas a produrle”. Sono parole che aiutano a pensare.

I ragazzi di Tel Aviv viaggiano nel mondo e tornano con l’angoscia di arruolarsi. I ragazzi palestinesi stanno camminando la Striscia per uscirne e andare dove nessuno li vuole. Ma gli uni e gli altri sono ragazzi, ragazze, e insieme vedono affondare nel sangue il bene mai raggiunto della convivenza.

Ha scritto su questo giornale Giuseppe Anzani di conservare tra le sue carte tre foto di bambini: il piccolo polacco che alza le mani davanti al soldato tedesco, la bimba vietnamita che fugge nuda avvolta dal fuoco del napalm, il naufrago di tre anni sulla risacca di Bodrum. Ma l’album dei diritti umani offesi si allunga, coi corpi di Buca, di Mariupol, delle decine di guerre che è già una ferita definire dimenticate. Molto ci riporta a secoli lontani, quando non esistevano regole sovranazionali a tutela dei civili, non si conosceva la civilizzazione di eserciti, il rispetto del nemico, la sepoltura.

Diventa così drammaticamente reale il grido di papa Francesco sulla guerra mondiale a pezzi. La democrazia non è cresciuta in un giardino. I diritti umani sono diventati la morale della storia quando nei conflitti non c’era rinuncia ad un pensiero. La pace, il dialogo interreligioso saranno un’utopia, ma smettere almeno di immaginarli anche quando si è costretti a combattere può condurre conduce verso abissi di perdizione e solitudine.

Sarebbe enorme l’impatto di un patto a Gerusalemme fondato ancora sulla promessa: due popoli, due stati. La mia città è Milano, dove un altro cardinale Carlo Maria Martini, scelse per anni di stare a Gerusalemme e prima volle e scrisse le Cattedre dei non credenti per lasciare a tutti l’inquietudine su domande e doveri opposti a chi usa un dio contro ebrei, cristiani, le donne in Iran, le ragazze in Afghanistan.

In questo mondo in fiamme e con l’evocazione dell’atomica e il terrorismo, qualcuno è persino riuscito a polemizzare perché sui municipi di Milano e Roma assieme alla bandiera d’Israele è stata esposta quella della pace.

L’Italia sappia unirsi per i corridoi umanitari immediati, per il contrasto al terrorismo e per la diplomazia e per un’Europa che riscopra il senso di un nuovo ordine globale.

Io dico grazie a chi lascia una luce nel buio per fare insieme un cammino.

Membro della direzione del Partito democratico, già parlamentare

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