giovedì 23 giugno 2016
​In tre milioni vittime di abusi. Lorenzin: mettere insieme le forze. Don Arice (Pastorale sanitaria): ora risposte.  La Cei in campo: «Dignità da preservare». 
Violenze sugli anziani, la ricetta per cambiare

I riflettori su di loro spesso si accendono solo quando le cronache raccontano dell’ennesimo episodio di abuso in una residenza per anziani. Per il resto è un fenomeno quasi invisibile, anche se tutt’altro che raro. Difficile da riconoscere anche per gli stessi operatori sanitari, perché violenza sulle persone anziane o malate non significa solo percosse, ma perdita giorno dopo giorno della dignità. Ecco perché dalla denuncia dei fatti ora tocca passare a dare risposte efficaci.

Parte da qui la riflessione nella giornata di studio  Dignità della persona anziana e qualità della cura. Una sfida ad abuso e contenzione,  organizzata ieri a Roma dall’Ufficio nazionale per la pastorale della salute della Cei e dal gruppo di studio  La cura nella fase terminale della Vita  della Società italiana di gerontologia e geriatria, in collaborazione con l’università Cattolica del Sacro Cuore, l’istituto Camillianun, l’Opera don Guanella e il Cottolengo. Gli episodi di abusi sono «pervasivi e destinati a crescere», anche se il fenomeno è tuttora «misconosciuto anche in ambito assistenziale», nonostante gli interventi di prevenzione e formazione specifici. Per questo, è l’auspicio del ministro della Salute Beatrice Lorenzin nel messaggio di saluto inviato agli organizzatori, è necessario «condividere una coscienza dei diritti e delle responsabilità», visto che solo «mettendo insieme le energie» si riuscirà ad arginare il «deprecabile fenomeno». Affrontare l’argomento, così, aiuta a recuperare quella «sensibilità necessaria per capire che ci sono persone per cui ogni attimo si accorcia la vita», esordisce don Ivan Maffeis, sottosegretario della Conferenza episcopale italiana, e a «superare indifferenze diffuse ma non per questo meno gravi». All’anziano invece serve «respirare un clima di comprensione, accompagnamento», servono motivazioni spirituali che permettano di «essere sereni avvicinandosi il momento ultimo della vita». 

In Italia, infatti, un anziano su tre è vittima di violenza:  2,9 milioni over65 sono sottoposti a maltrattamenti psicologici, 600mila subiscono truffe finanziarie, 400mila vengono maltrattati fisicamente,  100mila sono oggetto di abusi sessuali. Come se non bastasse è in aumento anche la contenzione fisica o farmacologica di cui è vittima il 68,7% degli anziani in Rsa. La dignità umana «va data, non riconosciuta», ricorda il direttore  dell’Ufficio nazionale per la pastorale sanitaria della Cei don Carmine Arice, il che significa «accompagnare le diverse situazioni in cui gli anziani vengono a trovarsi con una cura integrale », aiutando la ricerca di senso che la fragilità umana impone. Quattro i percorsi possibili, secondo il sacerdote, indicati al Sir: un osservatorio anziani presso l’Ufficio Cei, un’attenzione specifica nelle diocesi, linee guida in materia di contenzione, promozione di un disegno di legge che inasprisca le pene per chi commette abusi sugli anziani. Innanzitutto però occorre un «cambiamento culturale».

A sollecitarlo Flavia Caretta dell’Università Cattolica, che invita a creare un ambiente in cui «l’invecchiamento sia considerato parte del ciclo di vita, dove siano scoraggiati gli atteggiamenti negativi» e rispettato l’uomo nella sua interezza. Non bisogna perciò accettare «una medicina che aspetta la morte – chiarisce Massimo Petrini dell’Istituto Camillianum – ma una medicina che cerca la vita». Da qui la necessità di una formazione ad hoc, perché il ricorso alle tecniche di contenzione sia «l’extrema ratio» e non diventi «sostituto dell’attenzione » alla persona, gli fa eco Palma Sgreccia, preside dell’istituto internazionale. Soprattutto perché le alternative alla contenzione, precisa Lucio Catalano della fondazione Policlinico Gemelli, come il percorso riabilitativo o la deambulazione assistita, «producono benessere fisico e psichico». Quel che si deve offrire «al fratello in difficoltà » quindi, aggiunge don Fabio Lorenzetti dell’Opera don Guanella, è «pane e Signore», «costruendo relazioni e reti di comunità» e offrendo agli operatori «una formazione dai contenuti forti che tocchi certe corde ». Perché per avere cura degli altri, prosegue Itala Orlando dell’azienda servizi pubblici Azalea a Piacenza, «occorre avere prima cura costantemente di sé».

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