venerdì 6 giugno 2014
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Oggi i cittadini d’Europa stanno affrontando una spaventosa emergenza-lavoro, imprigionati in un tasso di disoccupazione doppio rispetto agli USA (13% nella Ue contro il 6,5 negli Usa). Eppure, soltanto tre anni fa, Stati Uniti d’America e Stati (divisi) d’Europa avevano la stessa percentuale di disoccupati (pari al 10 per cento). Perché in così poco tempo i destini delle società occidentali, al di là e al di qua dell’Atlantico, hanno imboccato strade così diverse? Perché se c’è un 'lavoro' che l’Unione Europea non ha saputo fare finora, è proprio quello di favorire l’occupazione negli Stati membri. L’aver accumulato in Europa il tasso di disoccupazione nettamente più alto del mondo avanzato è frutto non solo di un ciclo economico peggiore rispetto ad Usa e BRIC e di una struttura produttiva più esposta alla distruzione di lavoro in fasi recessive, ma anche dell’assoluta assenza di Unione - di politiche e di budget comuni - sul fronte del lavoro.  È il lavoro, dunque, il terreno più importante e complesso su cui ricostruire la casa comune europea. Anche perché la tanto celebrata Youth Guarantee- la 'Garanzia giovani', un mostriciattolo partorito dalle fertili menti dei burocrati di Bruxelles - si rivelerà probabilmente un fallimento (dal modico costo per il budget europeo di 8 miliardi di euro). Forte del suo 'tesoro elettorale', Renzi potrebbe dare un senso nuovo al semestre di presidenza dell’Unione con un’iniziativa coraggiosa proprio su questo fronte. Una prima battaglia che varrebbe la pena combattere è per la creazione di un codice del lavoro unico a livello europeo: oggi la mobilità dei nostri ragazzi - la 'Generazione Tuareg', come l’ho definita in un mio pamphlet del  2007 - è altissima tra un Paese e l’altro della Ue e deve scontrarsi con la rigidità di 28 sistemi del lavoro diversi. Ma agire sulle regole non basta. Contro l’emergenza europea della disoccupazione giovanile serve, disperatamente, una 'scossa fiscale'. Le principali economie del Vecchio Continente (tranne quella italiana) sono ripartite sotto forma di jobless recovery e solo l’abbattimento del costo del lavoro per le imprese può consentire di agganciare al treno della ripresa degli investimenti privati anche il vagone delle nuove assunzioni. Ma i singoli Paesi, costretti nelle gabbie di bilancio imposte dal rigorismo merkeliano, non hanno grandi margini di manovra. E allora ecco un’idea- appello per il nostro premier. Si batta per un 'piano straordinario' a livello europeo per il lavoro: zero tasse per tre anni sulle nuove assunzioni di under 35 da parte delle imprese in tutti i Paesi Ue, da finanziare riallocando in questa direzione i 'fondi sociali' europei distribuiti tra Fondo di Sviluppo Regionale, Fondo di Coesione e Fondo Sociale Europeo. Fondi che nel Belpaese non riusciamo neanche a spendere per intero - la Commissione ci ha trasferito finora solo il 54% dei 28 miliardi di euro assegnati al nostro Paese per il settennato 2007-2013, a causa del deficit di richieste di finanziamento utili da parte delle nostre Regioni - e che comunque spendiamo male, frammentandoli in migliaia di progetti di assai dubbia efficacia. E allora perché non concentrare queste risorse in una grande operazione di de-tassazione delle nuove assunzioni? Sarebbe finalmente l’inizio di un’Europa 2.0, per la competitività e per il lavoro. Matteo Renzi può (almeno) provarci.
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