giovedì 3 ottobre 2019
Una storia a lieto fine: dopo aver abitato in baracca, per i coniugi ghanesi la vita ricomincia
Migranti osservano i resti della baraccopoli di San Ferdinando dopo un incendio (Fotogramma)

Migranti osservano i resti della baraccopoli di San Ferdinando dopo un incendio (Fotogramma)

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Justice e Bernice hanno finalmente una casa. Vera. E grazie a questo anche un contratto di lavoro regolare e un nuovo permesso di soggiorno. Cinque mesi fa abbiamo raccontato la storia di questa coppia del Ghana, 35 anni lui, 28 lei.

Arrivati in Italia nel 2017, partiti dalla Libia con un barcone, salvati dalla nave di una Ong e sbarcati a Crotone. Poi San Ferdinando, dove hanno vissuto in una baracca di legno e plastica, dove pagavano l’affitto. A marzo sono arrivati lo sgombero e le ruspe. Ma per loro nessuna soluzione. Sono così finiti nel ghetto di TreTitoli a Cerignola, uno dei drammatici insediamenti del Foggiano. Anche qui una baracca di legno e plastica, come a San Ferdinando, ma questa volta costruita da loro a fianco di un casolare. Li avevamo conosciuti grazie a Giuseppe Perta, operatore del progetto “Presidio” della Caritas diocesana. A maggio era una storia drammatica e titolavamo “Sgombero? Da un ghetto all’altro. E siamo ancora più poveri”. Oggi è diventata una storia positiva. La prima di questo tipo in Puglia.

«Sono dei grandi lavoratori però il permesso di soggiorno per motivi umanitari scade nel 2020 e dopo il decreto sicurezza non può essere rinnovato – ci aveva spiegato Giuseppe –. L’unica soluzione è un permesso per lavoro, ma servono un contratto e una casa regolari». Invece avevano solo la baracca. A Cerignola come l’avevano avuta a San Ferdinando. E non avevano il contratto di lavoro. Solo in nero, duro, pesante, dall’alba al tramonto. Per poi tornare in quella baracca attaccata a un casolare diroccato dove vivono i meno sfortunati. Ma la storia di Bernice e Justice ora è cambiata. Per loro c’è davvero giustizia e dignità. I due ragazzi, tramite il progetto “Presidio” della Caritas di Cerignola, sono riusciti ad avere il contatto con l’agenzia immobiliare Colangione, dimostratasi particolarmente sensibile. «Siamo i primi in Puglia ad aver fatto un accordo di questo tipo – sottolinea con giusto orgoglio Giuseppe –. Così l’agenzia ci ha dato la disponibilità ad affittare le case per le residenze dei braccianti. Attualmente abbiamo 7 case affittate a Cerignola, anche in pieno centro, a persone che prima vivevano nel ghetto di Tre Titoli. E con affitti regolari». Lo scoglio più arduo da superare per Justice e Bernice era risolvere il problema del contratto di locazione perché ora la questura per convertire l’umanitaria oltre al contratto di lavoro vuole quello di locazione. «Siamo riusciti a portarli sulla strada della legalità – riflette Giuseppe –. L’obiettivo fondamentale è tirarli fuori dal ghetto. Ora vivono a Cerignola, dove hanno la residenza, hanno un contratto di lavoro regolare, e vanno sui campi con la propria auto. E si chiude il cerchio: dalla baracca alla casa, dal lavoro nero a quello regolare. Una storia fantastica. Loro sono felicissimi. Era fondamentale per loro superare lo scoglio del documento. È davvero un bellissimo epilogo».

Non l’unico. L’accordo con l’agenzia immobiliare è risultato prezioso anche per altri percorsi. «Ci ha contattati l’Uepe (Ufficio esecuzione penale esterna) per due ragazzi di Tre Titoli che sono in custodia cautelare per resistenza a pubblico ufficiale – aggiunge Giuseppe –. Tramite l’agenzia gli abbiamo trovato una casa per avere una residenza e poter poi scontare la pena ai servizi utili presso la cooperativa Pietra di scarto». Si tratta di una cooperativa nata grazie al Progetto Policoro della Cei, per l’imprenditorialità giovanile al Sud. Gestisce un bene confiscato dove svolge attività di coltivazione e trasformazione delle olive e del pomodoro. Filiera pulita e etica, contro caporalato e sfruttamento, che coinvolge immigrati e donne a rischio di esclusione sociale.

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