lunedì 26 settembre 2016
«Incontrando le persone, vedo che rinasce un po’ il sorriso. Vedo che si è capaci di aprire gli occhi alla speranza»: don Savino D’Amelio è sacerdote ad Amatrice ed è responsabile della casa di accoglienza “Padre Minozzi”. “Gli occhi che si aprono alla speranza penso sia il segno più bello. Anche per me. Mi dà forza”. E poi c’è tanta gente, “in tutta Italia, che mi dice ti stiamo vicino, preghiamo per voi, ma questo lo sento, non potrei fare tutto quel che sto facendo con le mie sole forze”.Quella notte, insieme a due confratelli, hanno portato via dal secondo piano della casa di accoglienza e salvato ventisette anziani e non tutti autosufficienti, in mezz’ora: “È stato un mezzo miracolo. Io dico che gli angeli custodi si sono attrezzati per starci vicino”.
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Rivive quei momenti ogni mattina, quando si sveglia. “Il rumore. Il boato. E poi quello sbattimento di tutto. Poi la paura di trovare tante e tante persone morte”. Quel rumore accompagna don Savino “insieme al dolore delle perdite umane. Le strutture si ricostruiscono, ma le persone morte difficilmente si cancellano dalla propria memoria, dai propri sentimenti, dalla propria vita”.Un mese dopo, sono ancora sorpresi: “Era inimmaginabile una tragedia del genere”, dice il sacerdote. Seduto nella chiesa-tenda a pochi passi da dove si celebrarono i funerali e dalla farmacia in un piccolo container. Una piccola Madonna sull’altare e, appeso dietro, uno struggente Cristo che non ha più le braccia.“Chi sta restando qui, sta cercando di aggredire la realtà”, anche se “certamente alcuni sono andati via”, spiega don Savino. La gente che ha perso tutto o quasi, spesso nemmeno chiede soldi, ma di ricominciare dal lavoro, che adesso, qui, è questione assai seria, specie ricordando come Amatrice vivesse soprattutto di turismo, “il problema è proprio questo”. Non bastasse la tragedia, c’è anche una difficoltà logistica, pensando ad esempio agli esercizi commerciali: “Le zone delle abitazioni agibili sono dislocate abbastanza distanti una dall’altra, non esiste più un centro abitato”. Cioè difficile spostarsi magari di un chilometro o due per raggiungere, poniamo, l’edicola. Così, se “aiutare la riapertura è uno degli impegni che mi sono preso io e si è presa la diocesi, però “dove riaprire? Come?”. Tanto più che nemmeno esistono aree abbastanza grandi dove raccogliere gli esercizi e mettere su “una sorta di centro commerciale”. Morale? “Anche chi vorrebbe e potrebbe riaprire subito, si trova con le mani un po’ legate”, spiega don Savino. Che però non si abbatte e aggiunge, sorridendo: “Vedremo un po’ quale soluzione troveremo”…
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