mercoledì 14 giugno 2017
«Sbagliato alzare muri. I sindaci vanno però aiutati dal governo». «In proporzione al numero di residenti, nelle grandi città vengono assegnate quote minori di immigrati»
Matteo Biffoni

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E' sindaco del Comune con la massima concentrazione di immigrati di origine cinese. Eppure continua a non rifiutarsi di ospitare i progetti Sprar e accogliere, in situazione di vera emergenza, i migranti che a migliaia stanno sbarcando in queste settimane. Ma non sempre Matteo Biffoni (Pd) - presidente di Anci Toscana e referente Immigrazione dell’Associazione nazionale dei comuni italiani - è contento di farlo.

Non teme che continuando ad accogliere migranti gli elettori, presto o tardi, le presenteranno il conto?
Bisogna che sia chiara una distinzione: una cosa è l’immigrazione classica, cioè di chi gradualmente arriva nelle nostre città e si inserisce nel tessuto sociale; un’altra cosa è il dover affrontare la continua emergenza con gruppi di migranti inviati attraverso i prefetti. Sovrapporre le due cose, quasi sommando aritmeticamente le due “presenze”, è un errore che genera confusione e tensione. Noi qui stiamo cercando di non confondere i piani. Tirarsi indietro sarebbe un errore.

Perché?
Cominciamo con il dire la verità. Nessuno di noi sindaci è contento di dover affrontare le richieste che arrivano dai prefetti. Spesso ti vengono date 48 ore di tempo per organizzare la gestione dell’accoglienza di gruppi di persone da poco sbarcate. Non è solo un tema impopolare, ma è molto faticoso e complicato doversene occupare, con il rischio che facendo le cose di fretta ci siano poi dei furbi ad approfittarsi del sistema di accoglienza. Piaccia o no bisogna però farsene carico, perché rinunciare a governare queste necessità crea solo altri problemi.

Dunque quando il sindaco Virginia Raggi chiede una moratoria per la capitale, lancia un allarme comprensibile?
Dipende dai numeri. Le città metropolitane, e Roma tra queste, sono ampiamente tutelate da una ripartizione che limita il carico di migranti inviato dalle prefetture. In proporzione al numero dei residenti, nelle grandi città vengono assegnate quote minori di immigrati provenienti dai centri di prima accoglienza. Ora, bisogna capire se a Roma è stato chiesto di sforare questa quota, oppure no. In quest’ultimo caso le doglianze del sindaco Raggi non hanno ragione d’esistere.

Molti primi cittadini continuano a rifiutarsi di ottemperare alle richieste dei prefetti. Dove porterà questo muro contro muro?
Non è voltandosi dall’altra parte che si affrontano i problemi. Una maggiore condivisione è necessaria. Da una parte occorre un rapporto costruttivo con i prefetti, dall’altro occorre coinvolgere maggiormente la popolazione in modo che non sembrino decisione scalate dall’alto. I sindaci non possono e non devono lavarsene le mani.

Ma è poi vero che accogliere migranti appena sbarcati paralizza la macchina amministrativa, come alcuni sindaci sostengono?
Diversi Comuni ci hanno segnalato, ad esempio, il sovraccarico degli uffici anagrafici e dei servizi sociali, anche dovuto a tempi eccessivamente lunghi per la cancellazione dalle liste anagrafiche delle persone non più presenti nei centri, che rimangono quindi a carico dei servizi sociali anche dopo molto tempo dall’allontanamento effettivo della persona dal territorio.

Al governo cosa chiede?
Partiamo innanzitutto dalla considerazione che è necessario un generale ampliamento della rete di seconda accoglienza, ma servono norme che possano incentivare l’adesione allo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo, ndr) da parte dei Comuni. Penso ad esempio all’indicazione che la percentuale di posti di accoglienza da riservare alla rete Sprar tenga conto in via prioritaria delle esigenze registrate e manifestate dai singoli territori.

Per quale ragione?
Non si fa una buona seconda accoglienza se non si aprono centri governativi per la prima accoglienza gestiti dal ministero dell’Interno, garantendo loro risorse specifiche e adeguate. Penso in particolare ai minori. Questi centri dovranno, a nostro parere, essere destinati senza equivoci sia all’accoglienza dei minori sbarcati sia a quella di coloro che vengono rintracciati sul territorio. Solo con un approccio complessivo si può dissinescare chi soffia sul fuoco della paura.

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