mercoledì 23 aprile 2014
​La procura ha chiuso le indagini. Il ministro della Salute Beatrice Lorenzin: «Non sono stupita».
Inganni, raggiri, malati raccomandati. Cliniche usate di nascosto nei giorni festivi, biologi che non sono biologi, medici pentiti, pozioni segrete. E ancora: firme e documenti falsificati, persone ricattate e manipolate, pazienti trattati come cavie. Nelle 69 pagine dell’ordinanza con cui la Procura di Torino ha ufficialmente chiuso le indagini su Stamina c’è tutto quello che in uno Stato civile non dovrebbe mai poter accadere. E che in Italia è stata prassi – per giunta in un grande ospedale pubblico – per ben tre anni.Da ieri per quest’orrore della sanità nostrana adesso ci sono 20 presunti responsabili. Nomi e cognomi che pesano come macigni, visto che oltre agli attesi Davide Vannoni e Marino Andolina – i due padri del metodo Stamina – e ai loro collaboratori italiani e stranieri (come l’imprenditore Gianfranco Merizzi e i biologi ucraini Klimenko Vyacheslav e Olena Scheghelska) nella lista compaiono una lunga serie di medici e dirigenti sanitari tra Torino, Trieste e Brescia, tutti coinvolti in quella che per il pm Raffaele Guariniello non solo è una truffa e un danno per la salute dei pazienti, ma una vera e propria associazione a delinquere.Gli Spedali Civili pagano il prezzo più alto della vicenda, con 5 indagati: la direttrice sanitaria Ermanna Derelli, il direttore della struttura complessa Unità operativa oncologia pediatrica e trapianto di midollo osseo pediatrico e coordinatore locale del progetto terapeutico con cellule staminali Fulvio Porta, la responsabile del laboratorio cellule staminali del presidio pediatrico Arnalda Lanfranchi (moglie di Porta), il direttore della struttura complessa Unità operativa anestesia e rianimazione Gabriele Tomasoni, la responsabile del Coordinamento ricerca clinica e della segreteria scientifica del Comitato etico della struttura Carmen Terraroli. Tutti a conoscenza di ciò che – fuori da ogni controllo e autorizzazione – accadeva. Tutti pronti all’impossibile per permettere a Stamina di restare tra le mura dell’ospedale, chi per interesse personale (far curare il cognato malato, come nel caso della Derelli, o addirittura il marito, come in quello della Terraroli), chi per tornaconto economico, chi per pressioni e minacce subite.Della associazione a delinquere ci sono tracce indelebili: lettere falsificate (scritte da Vannoni e poi fatte passare col timbro della direzione sanitaria dell’ospedale), autocertificazioni fasulle. E poi le subdole manovre condotte coi colleghi, convinti a suon di mantra che tutto filasse liscio nei laboratori degli Spedali, anche se nessuno (nemmeno fra gli indagati) sapeva cosa veniva infilato nelle infusioni propinate ai pazienti da Erica Molino, la biologa abusiva di Vannoni che confezionava la pozione chiedendo di restar sola, a farlo, perché l’ingrediente era «un segreto». Risulta indagata, con un altro collega non iscritto all’albo, Mauriello Romanazzi.Anche l’Aifa è chiamata a pagare per la leggerezza con cui la vicenda è stata gestita – via mail – dal suo direttore dell’Ufficio sperimentazione e ricerca, Carlo Tomino (di cui Avvenire si è più volte occupato negli ultimi mesi). Il nome del dirigente dell’Agenzia del farmaco figura nella lista degli indagati per concorso nei reati di somministrazione di medicinali guasti in modo pericoloso per la salute. Gli viene contestato di aver agevolato o comunque non impedito la commercializzazione e la somministrazione delle infusioni di Stamina: Tomino, secondo la procura di Torino, non controllò le autocertificazioni prodotte dalla direzione sanitaria dell’ospedale, risultate poi false o fallaci. Una mancanza fatta valere nelle aule di tribunale, dove i pazienti sventolavano proprio il nulla osta di Tomino come prova della non contrarietà dell’Aifa al protocollo.Il conto più salato, come dall’inizio della storia, finisce però sul tavolo dei pazienti. Delle famiglie illuse, dei bimbi condannati, sì, ma da malattie incurabili. Ci sono anche i loro nomi, nell’ordinanza di Torino: costretti a pagare, a tacere, infilati in scantinati spacciati per laboratori, usati nelle piazze per manifestare. A loro ora più che mai serve una risposta. Che una procura, da sola, non può dare.
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