giovedì 14 giugno 2018
Dopo i nove arresti, il capo del M5s Di Maio ne aveva chiesto le dimissioni. La sindaca Virginia Raggi attacca giornali: Campidoglio estraneo alla vicenda. A rischio ora il progetto di As Roma
Lanzalone si dimette da presidente Acea

«L'avvocato Lanzalone ha rimesso il mandato di Presidente del Consiglio di Amministrazione di Acea SpA». Così in una nota Acea comunica le dimissioni del presidente implicato nell'inchiesta sullo stadio della Roma e arrestato ieri. «Il Consiglio di Amministrazione, nella riunione del 21 giugno 2018, assumerà le opportune determinazioni al riguardo», conclude la nota.

Sono fissati per domani gli interrogatori di garanzia per i nove arrestati nell'ambito dell'inchiesta sullo stadio della Roma. L'atto istruttorio dell'imprenditore Luca Parnasi si svolgerà a Milano, dove si trova detenuto da ieri nel carcere di San Vittore. Gli altri interrogatori si svolgeranno a Roma dove verranno sentite le altre persone raggiunte dalla misura cautelare tra cui il presidente di Acea, Luca Lanzalone, l'ex assessore regionale del Pd, Michele Civita e il vicepresidente del consiglio regionale del Lazio, Adriano Palozzi.

Sul fronte politico infuria la polemica. La sindaca Virginia Raggi attacca i giornali: «Il Comune, i romani e la As Roma sono parte lesa. La rassegna stampa di oggi è vergognosa, i giudici dicono che io non c'entro niente e non c'è un giornale oggi (Avvenire lo ha fatto, ndr) che abbia avuto il coraggio di riportare questa notizia».

In mattinata il capo del M5s Luigi Di Maio aveva chiesto le dimissioni di Lanzalone, presidente di Acea e uomo di fiducia del Movimento, di dimettersi: «Da noi non esiste la presunzione di innnocenza per reati gravi come la corruzione. Ieri si è autosospeso il capogruppo in consiglio Comunale Paolo Ferrara, altrimenti lo avremmo espulso noi, e Lanzalone si deve dimettere perché non è pensabile che una persona ai domiciliari stia ancora ad Acea». Su Lanzalone poi aveva spiegtoa che «è colui che ci aveva aiutato a sanare la questione rifiuti di Livorno, e nella questione stadio ci ha aiutato a ridurre le cubature presenti nel progetto originario, noi volevamo meno cemento. Abbiamo eliminato le torri», oltre a un nuovo ponte sul Tevere e al prolungamento fino allo stadio della Metro B. «Per questo - aveva affermato Di Maio - è stato premiato e gli è stato data la presidenza di Acea». «Dichiarazioni gravissime, la magistratura dovrebbe valutarne l'acquisizione», attacca il deputato del Pd Michele Anzaldi. «Può un'azienda quotata, la più grande del Comune di Roma e tra principali in Italia, diventare un "premio" politico?».

Di sicuro il ciclone giudiziario che ha travolto la politica romana potrebbe far svanire i sogni dei tifosi giallorossi: il progetto dello stadio dell'As Roma appare destinato ad un lungo stop. A quattro anni dalla presentazione in Campidoglio a maggio 2014, Giunta Marino, della prima versione del progetto, per la conclusione dell'iter autorizzativo mancavano solamente gli ultimi due passaggi. Le controdeduzioni del Campidoglio alle osservazioni presentate da cittadini e associazioni, poi il voto a luglio in Assemblea Capitolina sulla variante urbanistica che avrebbe autorizzato la demolizione dell'ippodromo di Tor di Valle, quindi, il Campidoglio avrebbe dovuto siglare una convenzione urbanistica con il proponente, la società Eurnova di Luca Parnasi. Ora però, con l'arresto dell'imprenditore e del management della sua azienda, la procedura prevede la nomina di un curatore giudiziario per gestire la società. Un percorso lungo, dunque. A cui si somma anche la necessità per il Campidoglio di vagliare la correttezza degli atti amministrativi prodotti sul dossier stadio. Uno stop di almeno un anno. Sempre che, nel frattempo, il club giallorosso confermi il suo interesse a proseguire con il progetto.

Il nuovo stadio della Roma in un disegno del progetto

Il nuovo stadio della Roma in un disegno del progetto

L'operazione Rinascimento

«È un investimento che devo fare, molto moderato rispetto quanto facevo in passato... Adesso ci sono le elezioni e io spenderò qualche soldo. Ma ora la mia forza è che alzo il telefono...». In una conversazione intercettata dagli inquirenti, il costruttore Luca Parnasi descriveva così la capacità di tessere rapporti con la politica, "oliando" i meccanismi per raggiungere i propri obiettivi. Un dialogo finito agli atti dell’inchiesta della procura capitolina su una presunta «corruzione sistemica», collegata a una variante del progetto per il nuovo stadio della Roma (approvato un anno fa col taglio del 50% delle cubature, rispetto a quello iniziale). Gli atti dell’inchiesta sono stati richiesti anche dall’Anac di Raffaele Cantone.

L’attività investigativa, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Ielo e condotta dai Carabinieri, si è chiusa ieri con l'Operazione Rinascimentoche ha portato a 9 arresti (6 in carcere e 3 ai domiciliari) e altri 7 indagati: in carcere sono finiti Parnasi e i suoi collaboratori Luca Caporilli, Simone Contasta, Naboor Zaffiri, Gianluca Talone e Gianluca Mangosi; ai domiciliari Adriano Palozzi, vicepresidente del Consiglio della Regione Lazio di Forza Italia; Michele Civita, ex assessore regionale del Pd; l’avvocato Luca Lanzalone, presidente Acea e consulente per M5S sullo stadio.

Fra gli indagati ci sono invece il capogruppo del Movimento 5 stelle in Campidoglio, Paolo Ferrara, che si è «autosospeso» («Sono estraneo alla vicenda e ho fiducia nella magistratura, che farà chiarezza») e quello di Forza Italia, Davide Bordoni.

Contanti, consulenze e favori

Nelle 288 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare, il gip Maria Paola Tomaselli descrive «un metodo corruttivo finalizzato a realizzare profitti al massimo grado e incurante dei danni sociali che provoca». Un metodo che, annota, veniva considerato dalla società di Parnasi un «asset di impresa». In quel sistema di rapporti, si legge, «la corruzione, l’illecito finanziamento dei partiti, l’illecita intermediazione rappresentano l’epilogo di condotte di avvicinamento della parte pubblica ritenute dal Parnasi e dai sodali strumenti indispensabili per la realizzazione degli interessi del gruppo imprenditoriale». Una rete di legami "trasversale" (che toccava sia esponenti del Campidoglio che della Regione) e "tripartisan", perché coinvolgeva esponenti locali del Pd, M5s e Forza Italia. Per i magistrati, a Civita (consigliere regionale dem ed ex assessore nelle giunte Zingaretti alla Provincia e alla Regione) sarebbe stata promessa l’assunzione del figlio in una società del gruppo Parnasi. Mentre al forzista Palozzi, vicepresidente del Consiglio regionale, sarebbero arrivati 25mila euro attraverso una fattura per operazioni inesistenti. Né la società calcistica della Roma, né la giunta pentastellata guidata da Virginia Raggi, precisano gli inquirenti, sono coinvolti dall’indagine.

Milano, il rifiuto di Maran

Il gruppo di Parnasi, secondo gli inquirenti, avrebbe tentato di esportare il modello anche a Milano, avvicinando l’assessore all’urbanistica Pierfrancesco Maran: «Siamo andati a parlare con l’assessore Maran, gli abbiamo proposto un appartamento – si legge nell’ordinanza – ma lui ha risposto di no, dicendo che "non voleva prendere per il c... chi lo ha votato". Abbiamo fatto una brutta figura, sembravamo i romani dei film quando vanno a Milano».

Contatti con la politica

L’avvocato Lanzalone, attuale presidente di Acea, avrebbe ricevuto la promessa di incarichi per 100mila euro per il suo studio legale. Nell’ordinanza, viene descritto il suo ruolo di consulente nel 2017, quando mediò con Eurnova (società di Parnasi divenuta proprietaria dei terreni di Tor di Valle destinati all’impianto). In una conversazione riportata negli atti, Parnasi affermava: «Lanzalone è stato messo a Roma da Grillo per il problema stadio». Secondo il gip, Parnasi si spese in «attività di promozione in favore del candidato alla Regione Roberta Lombardi», al fine di ottenere «favori del mondo 5 stelle». Ancora, il costruttore avrebbe erogato 250mila euro all’associazione «Più Voci», da lui definita «un comitato di professionisti di Milano, gente non legata a Salvini. Non è una roba della Lega Nord». Dopo le elezioni, un indagato gli faceva sapere: «Quelli nostri... tuoi so’ passati». Ma Parnasi, che secondo i pm già temeva di essere intercettato, si schermiva: «Non c’ho nessuno...».

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