mercoledì 4 settembre 2013
Si chiama crowdfunding. Anche YouTube e Google hanno sezioni dedicate all’universo non profit. Il web si rivela un alleato prezioso per il terzo settore. Donare è semplice e immediato e consente di realizzare tempestivamente piccoli e grandi progetti. (Marco Birolini)
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Il terzo settore si evolve e diventa “non profit 2.0”. Grazie a Internet, le organizzazioni benefiche hanno a disposizione nuovi strumenti per met­tere in vetrina i loro progetti e chiedere i fondi ne­cessari a finanziarli. In tempi di crisi, il web si rivela un alleato preziosissimo. La vecchia e sempre affi­dabile “colletta” diventa virtuale e si rivolge a un nu­mero potenzialmente illimitato di donatori. È il co­siddetto fenomeno del crowdfunding : si illustra l’i­dea su un sito e si chiede di sostenerla con una pic­cola somma. È quello che fa Kendoo​, piattaforma bergamasca che nei suoi primi mesi di vita ha già permesso di realizzare una serie di interventi magari piccoli, però concreti. Tre ra­gazzi di Martinengo hanno aiutato l’associazione U­nAltroMondo a raccogliere 700 euro per finanziare un pozzo a Bamako, in Mali. Raggiunto l’obiettivo, hanno già lanciato una nuova sottoscrizione per ac­quistare anche una pompa idraulica.

La polisporti­va Phb ha chiesto aiuto agli utenti per acquistare l’attrezzatura ai disabili che praticano lo sci di fon­do: in pochi giorni si sono raccolti i 1400 euro ne­cessari. «È una modalità molto effi­cace, donare è facile e im­mediato – sottolinea Marco Sangalli, ad di Mediaon, so­cietà creatrice di Kendoo – Spesso questi progetti sono interessanti, ma poco cono­sciuti. Così invece li portia­mo all’attenzione di tante persone, che partecipano e si sentono coinvolte nel rag­giungimento dell’obiettivo. Il metodo è ancora giovane, però sembra funzionare: in pochi mesi abbiamo por­tato a termine sei progetti. Per il non profit si tratta di una grande opportunità». Il crowdfunding è appena stato recepito nell’ordi­namento italiano con un regolamento Consob. Ora potrebbe diventare una valida fonte di finanzia­mento anche per le start up sociali, che in questo periodo faticano a ottenere credito dalle banche.

Bergamo è il motore del non profit 2.0: tre neolau­reati hanno lanciato Uidu, che si autodefinisce non un social network bensì un “network sociale”, che localizza su una mappa interattiva tutte le asso­ciazioni di volontariato presenti sul territorio di in­teresse. Basta muovere il mouse sulla cartina e fer­marsi su uno dei segnali per vedere apparire una breve descrizione della “mission” e sapere come con­tribuire. La solidarietà digitale può contare anche su poten­ti alleati: Youtube e Google hanno aperto sezioni e­spressamente dedicate all’universo non profit. Il gi­gante dei video invita le ong a produrre una clip che ne spieghi le attività, cui si aggiunge uno speciale pulsante che permette di effettuare immediatamente una donazione. Per il momento il servizio è attivo so­lo in alcuni Paesi, ma presto sarà disponibile anche in Italia.

Con Google l’operazione è a portata di di­to. L’App “One today”, sviluppata per Android, con­sente di vedere su smartphone e tablet un filmato be­nefico e poi di donare un dollaro semplicemente toccando un’icona. Anche in questo caso, però, le associazioni nostrane dovranno attendere qualche mese per poter sperimentare lo strumento. Intanto però il seme è lanciato e qualcuno lo ha già fatto ger­mogliare. È il caso di Coordown, che promuove i di­ritti delle persone affette dalla sindrome di Down. Nel marzo scorso l’associazione ha avviato una campa­gna “virale” innovativa. Alcuni ragazzi down hanno chiesto a personaggi famosi di “donare” un video per dare voce alla loro causa. Tanti vip hanno raccolto l’appello: da Antonio Cassano a Javier Zanetti, da Jo­vanotti a Tiziano Ferro. Il giovane Andrea ha chia­mato addirittura Hollywood e la diva Sharon Stone ha risposto con entusiasmo al suo invito. I video rac­colti sono stati pubblicati sul sito, pronti per essere twittati o condivisi su Facebook. Un modo decisa­mente innovativo per amplificare la voce di chi chie­de un’integrazione reale, e non virtuale, nella società.

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