venerdì 3 novembre 2017
Berlusconi, Salvini e Meloni si sono ritrovati alla stessa tavola. L'obiettivo era di riunire e appianare le frizioni interne per iniziare un percorso condiviso in vista delle Politiche del 2018
A Catania nasce il patto dell'arancino nel centrodestra

Nonostante in molti cominciassero a non crederci più, alla fine Berlusconi, Salvini e Meloni si sono ritrovati alla stessa tavola ieri sera a Catania. L'obiettivo, a due giorni dal voto per le regionali siciliane, era quello di riunire e appianare le frizioni interne il centrodestra per iniziare un percorso condiviso in vista politiche del 2018. I tre leader, impegnati nel corso della giornata nei comizi a sostegno del candidato presidente Nello Musumeci, sono arrivati nel ristorante a tarda serata e qui, davanti a degli arancini tipici catanesi e una cernia all'acquapazza, hanno parlato dello stato della coalizione.

È il destino di tutte le campagne elettorali che si tengono al di fuori della scadenza ordinaria. Si parla di test nazionale guadagnano le luci della ribalta, ma i problemi reali oggetto finiscono sullo sfondo, per lasciare il posto ai 'laboratori' nazionali. Non fa eccezione la competizione per le elezioni siciliane. Catania, Italia. In una città che a dire il vero non pare emozionarsi più di tanto per tutte quei leader presenti in città in un colpo solo, il centrodestra a tre piazze ieri ha provato a rimettersi assieme attorno un tavolo, quello della 'trattoria del Cavaliere' nella centralissima via Paternò. Il nome già da solo avrebbe dovuto aiutare a rompere il ghiaccio, sul filo dell’ironia, ma nonostante l’impegno del candidato unitario del centrodestra Nello Musumeci per rimettere insieme gli 'azionisti' della sua campagna elettorale, fino a tarda notte il tavolo prenotato per i tre leader era ancora vuoto. La prima ad arrivare intorno alle 23 Giorgia Meloni. In freddo anche con Matteo Salvini per via dei referendum autonomisti e della legge elettorale, ha organizzato nel pomeriggio con Ignazio La Russa in piazza Stesicoro una manifestazione di raccolta firme contro la legge di cittadinanza, e con chi le chiedeva degli altri leader in città provava a stemperare: «Abbiamo tanti obiettivi comuni…. Berlusconi dice che è già tutto concordato? Corre un po’ troppo…».

Nel raggio di un chilometro pienone – un migliaio seduti, 7-800 in piedi - per l’ex premier al centro congressi 'Le ciminiere', mentre in serata per Matteo Salvini nella pretenziosa location della piazza del teatro Massimo va molto peggio, con non più di duecento persone ad ascoltarlo più una cinquantina di poliziotti rimasti per fortuna inoperosi. Rivelatori di propositi bellicosi i cartelli blu esibiti al suo arrivo 'Salvini premier'. Ma se il leader della Lega continua a ribadire che la Sicilia non è una «cavia», come a rimarcare che non è scontato ripetere lo stesso schema unitario sul piano nazionale, Berlusconi continua ad assicurare che l’unità d’intenti nel centrodestra c’è già, ed è pronto a governare. Ad ascoltarlo, in prima fila ci so-È no Musumeci e Gianfranco Micciché, protagonisti della corsa separata del 2012, che regalò la vittoria a Rosario Crocetta, mentre insieme avrebbero raggiunto un 41 e passa per cento che sarebbe bastato allora per vincere e ancor più basterebbe oggi, in una campagna così parcellizzata. Ma allora Giovanni Cancelleri, il candidato nisseno del M5S si fermò al 18 per cento, stavolta invece Musumeci è di lui che ha paura, soprattutto. E infatti Berlusconi ne ha solo per loro, gli M5S. Ricorda l’ex sindaco di Catania, e suo medico personale, Umberto Scapagnini che lo istruiva sulla storia della città: «Avete avuto tutte le dominazioni, qui, dagli Ostrogoti ai Bizantini, dagli Svevi ai Normanni, dagli Aragonesi ai Savoia, non ne vorrete mica un’altra di un certo Grillo? », arringa la platea, Berlusconi. E già accuse non nuove di pauperismo, giustizialismo e di «nullafacenti» rivolte ai temuti concorrenti. Vedremo come replicherà Grillo, atteso per oggi a Palermo, per la chiusura di campagna elettorale insieme a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista.

Ma Catania è anche la città di Claudio Fava, il candidato della sinistra che in nome della legalità e della storia di lotta alla criminalità che il suo cognome evoca (il padre Pippo, direttore della rivista I siciliani fu assassinato dalla mafia) stringe come in una morsa il candidato del Pd, il rettore dell’ateneo palermitano Fabrizio Miccari, vicino a Leoluca Orlando che spera di fare il pieno nel capoluogo regionale, ma a Catania fatica molto, con due concorrenti del posto come Fava e Musumeci. Ieri Miccari ha fatto una puntatina nel capoluogo etneo, in mattinata, per un incontro con gli operatori sanitari, ma nel pomeriggio ha già fatto rientro a Palermo a preparare la chiusura di oggi. Matteo Renzi probabilmente non ci sarà. Il Pd rischia di pagare in Sicilia, oltre che per la spaccatura di MdP (ci sarà anche Bersani stasera a chiudere a Palermo) anche per la fine ingloriosa dell’esperienza di Crocetta. Emblematica la vicenda delle Province, che l’ex governatore prima si vantò di aver abolito per primo, salvo poi arrivare a ripristinare, con un’altra legge regionale persino l’elezione di primo grado, in virtù della competenza esclusiva che la Sicilia ha sugli ordinamenti degli enti locali. Un’occasione in gran parte perduta, l’autonomia siciliana, una delle più incisive, ma sfruttata poco e male. «Lo Statuto del 1946, che nacque come provvisorio, ha finito per essere una zavorra », dice Agatino Cariola, docente di diritto costituzionale a Catania. Insieme a un gruppo di cattolici impegnati è stato promotore anche di una bella iniziativa, una preghiera con i candidati alla Chiesa di San Nicola La Rena. «Oggi – dice - non si tratta di aumentare le competenze regionali, le quali sono in astratto già molte, ma di aumentare i campi in cui Stato e regione debbono trovare l’intesa, ad esempio su infrastrutture e trasporti. In Sicilia l’autonomia è spesso stata vissuta in chiave rivendicazionista. Ma non era così che la pensava Sturzo».

La normativa sulle Province, ora tutte commissariate, è stata impugnata dal governo. E i problemi sono tanti, in una regione che vanta il triste primato dei Neet (giovani fra i 18 e i 24 anni che non studiano e non cercano lavoro) con il 41,4 per cento ai vertici in Europa, in base ai dati Eurostat. «La formazione dovrebbe essere al primo posto, ed invece si fa poco, male e soprattutto i corsi partono sempre in ritardo», denuncia Alfio Pennisi, ex dirigente scolastico e presidente del centro Culturale di Catania. «I cittadini spesso si organizzano insieme agli imprenditori per porre rimedio anche alle esigenze elementari, dal decoro alla manutenzione delle strade. Le aziende che vi provvedono andrebbero incentivate, con delle detrazioni, invece è capitato persino che siano state multate». E forse da questo, dalle esigenze elementari e concrete, che bisognerebbe partire, più che dall’eterno progetto del ponte sullo Stretto. Che mette d’accordo Pd e Forza Italia, ma con tutta probabilità resterà come sempre nel libro dei sogni.

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