domenica 20 novembre 2016
«Scappate dalle violenze di Boko Haram». Le loro ferite e le speranze: «Oggi speriamo grazie a voi italiani»
La notte del 24 ottobre, quando a Gorino, frazione di Goro, esplodono le proteste di parte della piccola comunità locale contro l’arrivo di alcune migranti in paese, dopo la decisione presa dalla prefettura: la gente scende in strada per dire no all’arrivo di 12 donne. Le ragazze vengono allora destinate a Ferrara

La notte del 24 ottobre, quando a Gorino, frazione di Goro, esplodono le proteste di parte della piccola comunità locale contro l’arrivo di alcune migranti in paese, dopo la decisione presa dalla prefettura: la gente scende in strada per dire no all’arrivo di 12 donne. Le ragazze vengono allora destinate a Ferrara

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Da quella prima notte quando, venute dall’altro mondo, guardavano senza capire le barricate davanti al loro pullman, sono cambiate. Non hanno più gli occhi sbarrati di chi non sa nemmeno dove sia approdato ( Turchia? Grecia? Italia?), nessun terrore negli sguardi, semmai una stanchezza antica, mista a una nuova serenità: «Gli abitanti di Gorino non sono gente cattiva, solo non conoscevano le nostre storie e perché eravamo scappate. Se avessero saputo... All’inizio non pensavamo che ce l’avessero con noi, viaggiavamo da mesi, che male avevamo fatto, noi che dal male scappavamo? Ora però stiamo bene, now we are glad, siamo contente».

A prendere la parola è Abidemi Ogbalaja, 35 anni, la più adulta tra le dodici ragazze respinte a Gorino la notte del 24 ottobre. Non si conoscevano, i loro destini partivano mesi prima da punti lontani dell’Africa, per convergere tutti sulla stessa barca nella stessa notte, «un barcone di almeno duecento migranti» salpato il 19 ottobre dalla Libia e approdato il 22 in Calabria. Lì il primo soccorso e il trasferimento verso il delta del Po, nel paese che non aveva, e tuttora non ha, stranieri. «Quella notte alla fine abbiamo dormito in una casa di riposo per anziani, poi ci hanno divise e noi quattro siamo arrivate qui, siamo state fortunate», sorride Abidemi.


«Qui» è un luminoso appartamento non lontano dalla stazione ferroviaria di Ferrara, uno dei dodici che l’associazione Viale K, nata 24 anni fa dalla parrocchia di Sant’Agostino, offre a un centinaio di senza fissa dimora italiani e settanta richiedenti asilo. All’ingresso un 'emporio solidale' vende di tutto, o meglio lo espone, perché – spiega la coordinatrice del Progetto profughi, Francesca Rinaldi – le famiglie povere 'comprano' gratis. Le quattro ragazze "di Goro" accolte a Viale K ci aspettano in cucina. È lampante la differenza tra le nuove arrivate e altre sei giovani africane che abitano lo stesso appartamento ormai da un anno: si destreggiano ai fornelli e da cortesi padrone di casa le guardano con protezione, come a dire «col tempo sorriderete ».

Anche la mediatrice culturale che ci fa da interprete è rassicurante: «Quando sono arrivate erano spaventate dall’accaduto, allora ho spiegato che gli italiani sono buoni, ma se in una stanza da dieci persone ne metti cento può nascere un problema», racconta la pachistana Sanowar, islamica, in Italia dal 2012. Ci mostra con orgoglio il segno concreto di quanto ha detto, una foto di suo figlio con il ministro dell’Istruzione Giannini: «Ha 18 anni e ha vinto un concorso internazionale di eccellenza scolastica, l’anno prossimo si iscrive a ingegneria. Anche quello di 15 ha vinto due concorsi di matematica. E poi c’è la piccola di 12 anni che...».

Abidemi la guarda sognante. In Nigeria era maestra elementare e ora anche lei desidera riprendere gli studi, appena avrà imparato l’italiano: «Noi cristiani venivamo uccisi dagli islamici, era pericoloso anche andare in chiesa, così mio padre, ferroviere, aspettava solo che io finissi le superiori per scappare in una provincia più pacifica. Un sacerdote si è preso cura di noi, ma i terroristi di Boko Haram ci hanno costretti alla fuga. Quando i miei genitori sono morti, un’amica mi ha consigliato di venire in Europa, lì si può vivere in pace, mi ha detto». Un viaggio estenuante in autobus, in camion, a piedi, fino all’arrivo in Libia «dove una donna mi ha offerto la sua casa. L’ho seguita ma in stanza ho trovato un uomo, volevano che mi prostituissi e siccome mi rifiutavo sono rimasta prigioniera sei mesi. Ero sicura di morire e ho pregato tanto...». Tace e abbassa la dolcevita, mostra ciò che non riesce a raccontare. Come una colata di cera, la carne è fusa e ricomposta senza forma. Abidemi non sorride più: «Mi gettavano addosso acqua bollente e sulle piaghe aperte il sale. Ormai ero sempre incosciente, quando Dio mi ha mandato due donne che mi hanno aiutata a scappare».


Migrante economica? Profuga? Tutte e due? Boko Haram è una guerra oppure no? È la sua carne a parlare: «Dovevo scappare da tutto questo, come potevo sopportare?». Anche Faith Ahimier, 20 anni, era fuggita da Boko Haram, per intenderci il gruppo terroristico islamico che nel 2014 in Nigeria ha rapito 276 studentesse, in gran parte tuttora in mano agli aguzzini. «Spero che nessuno abbia paura di noi – si commuove –, vogliamo solo vivere. In Libia sono rimasta tre mesi, prima di poter salire sulla barca grazie a un anziano buono. Non sapevo dov’era diretta». A Lagos lavorava come fashion designer( o forse è solo il suo sogno?) e vorrebbe farlo anche qui. Belinda Nailendar, 22 anni, ha portamento da principessa d’ebano. In Sierra Leone era infermiera all’ospedale di Freetown, ma è fuggita «per problemi politici»: suo marito, attivista all’opposizione, è evaso dal carcere e il regime dava la caccia a lei per trovare lui. Racconta un’odissea infinita, fatta di fughe e fame, persone pietose e sfruttatori. Gli ultimi tre mesi li ha passati in Libia, «dove alle 4 di un mattino abbiamo preso il mare e solo sulla barca mi hanno detto che si andava in Italia: mi sono sentita sollevata».

Non ha un cellulare e non sa come avvertire il marito, ma solo a nominarlo si anima: «Mi manca e sono certa di mancare anche a lui. Ho scritto su Facebook a tutti gli amici di dirgli che sono in Italia, l’ho fatto con il cellulare di Joy». Joy Andrew ha una luce negli occhi che le altre non hanno. Apre il golf rosso fuoco ed esibisce la sua fonte di orgoglio ed energia: «Ha otto mesi, dicono i medici che nascerà il 16 dicembre ». Non erano in dodici a Gorino, «eravamo tredici – ride –, da otto mesi viaggiava in pancia con me, lo chiamerò Michael». Il padre di Joy, risposato con una donna poco incline a farle da madre, era animista e contrario alla sua fede cristiana. Paura e povertà hanno fatto il resto: «Io e mio marito Lamid dovevamo offrire a nostro figlio un futuro e un mondo migliore, ad ogni costo, quando dentro di te hai una vita che cresce trovi una forza che non immaginavi », assicura.

Così i due giovani sono fuggiti con il loro bambino e fino in Libia sono rimasti uniti. «La sera del 19 ottobre lo ricordo che supplicava un arabo di prenderci a bordo, dopo l’ho perso di vista nella calca. Magari è partito su un’altra barca, magari è in Libia», si tormenta. Poi si illumina per un pensiero nuovo, «per Michael ho scelto l’Italia perché si sa che è un Paese buono con noi. Studio da parrucchiera, lavorerò per lui». A Viale K i corsi sono di lingua italiana, cucito e parrucchiera, mentre la cucina la impareranno sui fornelli, dalle altre sei ragazze ormai cuoche provette. Destiny, partorito 2 anni fa da una di loro in Libia durante il viaggio e battezzato all’arrivo a Ferrara, è la mascotte della casa. Sua mamma è contenta: «Grazie a Joy quest’anno avremo un vero Natale». È la storia che si ripete, da millenni. Con le fughe in Egitto e i tanti Erode, le porte che si chiudono e quelle che si spalancano. E in mezzo gli innocenti, la strage mai finita, in guerra o sotto il mare. Ma la madre di Destiny sa come si guarda avanti: «La nascita di Michael benedirà questa casa. Torni il 16 dicembre, faremo festa».

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