venerdì 24 novembre 2017
Le donne uccise sono aumentate così come gli atti persecutori e gli stupri subiti da donne. Un piano nazionale sulla violenza alle donne, tolto l'obbligo di denuncia in pronto soccorso
Sempre più donne uccise. Le leggi ci sono, i fondi no

Non smette mai, la violenza sulle donne. In Italia dal 2011 s’è registrato un calo vistoso degli omicidi – da 554 a 400 nel 2016, a 258, finora, nel 2017 –, ma non per loro. Anzi, le vittime di sesso femminile di omicidi sono addirittura aumentate: nel 2011 erano il 61% del totale, nel 2016 sono salite al 63% e nei primi 9 mesi di quest’anno (l’ultimo dato disponibile del Viminale), siamo al 71%, con 61 donne vittime su 86 omicidi avvenuti in ambito familiare. Un caso? Macché. Anche gli atti persecutori e gli stupri nei primi 9 mesi del 2017 sono calati: -15,7%. Eppure, ecco qua, le vittime sono donne nel 75% dei casi. Una percentuale stabile da ormai 6 anni. E che nel caso delle violenze sessuali sale al 90%.

L’Italia arriva così, alla Giornata internazionale della violenza sulle donne di domani. Insufficiente e, ciò che è più preoccupante, impreparata. Mentre in mezzo Stivale si inaugurano panchine rosse e muri di bambole, le persone di violenza sanno poco o nulla. Le donne, innanzitutto: che, secondo i dati del-l’Istat, soltanto in 3 casi su 10 si rendono conto d’esserne vittima. E poi tutti gli altri: un 35% di popolazione convinta che si tratti semplicemente di faccende familiari, da risolvere in privato; un 16% che attribuisce alle donne addirittura qualche responsabilità, perché magari «hanno provocato» l’uomo, oppure «l’hanno esasperato o tradito» (dati Ipsos-WeWorld diffusi proprio ieri).

Non chiamateli «delitti passionali»

Eppure queste sono le ore in cui di violenza si parla e si deve parlare. Lo ha fatto ieri il presidente della Repubblica Sergio Mattarella in un messaggio inviato alla Commissione d’inchiesta sui femminicidi: «Contro questo atteggiamento l’intera comunità deve sapersi opporre fermamente. Di fronte alle intollerabili manifestazioni di violenza è, infatti, l’intera società ad uscire offesa». Mattarella si è rivolto anche ai media: «Anche il linguaggio ha un ruolo centrale e i mass media una responsabilità particolare: un’aggressione alla propria compagna non può essere definita delitto “passionale”».

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella

Dichiarazioni forti sono arrivate anche dalla presidente della Camera, Laura Boldrini, da quello del Senato Pietro Grasso, dal ministro delle Pari opportunità Maria Elena Boschi. Servirebbero anche azioni concrete. L’applicazione delle buone leggi che l’Italia ha per tutelare le donne, per esempio: ammonimento e allontanamento dal domicilio prima che reclusione e arresto (e invece i processi durano ancora troppo, una media stimata di 21 mesi). Ieri a Roma è arrivato il via libera della Conferenza delle Regioni al primo Piano strategico nazionale (2017-2020) sulla violenza alle donne e alle Linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso alle donne. Tra le molte azioni previste: reddito di autodeterminazione per le donne che decidono di uscire dalla violenza, nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna, formazione e prevenzione a tutti i livelli, più fondi per i centri antiviolenza.

I fondi che non arrivano mai

E questo però è un tasto più che mai dolente, visto che ai centri – cioè nei luoghi dove, al di là dei discorsi, le donne in carne ed ossa arrivano per chiedere aiuto – i fondi non arrivano se non tramite il micidiale meccanismo dei bandi: milioni di euro “in palio” per il progetto più innovativo, cioè per chi dimostra di fare qualcosa di diverso dal solito. Non fosse che il “solito”, cioè l’accoglienza delle donne e quanto serve anche il loro collocamento in case rifugio, è quello che i centri devono fare tutti i giorni e che andrebbe finanziato.

Un caso esemplificativo in tal senso è quanto accade al Cadmi, la Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano, il primo centro nato in Italia nel 1988 e che ad oggi conta su oltre 25mila donne accolte e salvate (oltre che su 5 case rifugio in città): «I 2 milioni e 772mila euro stanziati dal governo per la Lombardia per il biennio 2013-2014 sono in fase di distribuzione adesso – spiega la presidente Manuela Ulivi – e sempre attraverso bandi, si intende. Significa che per ottenere un finanziamento pubblico dobbiamo preparare e presentare progetti nuovi, elaborati, attraverso cui dimostrare di meritare quei soldi ». Il Cadmi ha forza e competenze per farlo, i bandi li vince.

«Poi però, attenzione, i fondi che riceviamo dobbiamo destinarli unicamente a quei progetti e fare una rendicontazione puntuale delle spese». Risultato, oltre a dover pagare qualcuno che si occupi della rendicontazione, i fondi non alimentano né le attività ordinarie degli operatori né le case rifugio. Come si aiutano, allora, le donne? «Grazie alle donazioni dei privati» spiega la Ulivi. Laute, in Lombardia, scarse o inesistenti in molte altre Regioni. Dove i centri chiudono, e le donne chiedono aiuto senza riceverlo.

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