venerdì 21 agosto 2015
​L'arcivescovo di Taranto: «La Chiesa pensi alla pastorale rurale e apra le parrocchie agli stagionali».
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Sconfiggere la «mentalità mafiosa» e l’omertà che circonda il mondo del caporalato con pene più severe, «rigidi controlli », ma anche con incentivi a chi vuole assumere in regola i braccianti. Monsignor Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e presidente della Commissione per i problemi sociali e il lavoro della Cei, è convinto che ognuno debba fare il suo compito per fermare chi lucra sul lavoro non dignitoso. Anche la Chiesa, a cui spetta di «mettere in piedi una pastorale rurale», magari accogliendo nelle proprie strutture i contadini stagionali. Perché il caporalato non conosce crisi? Sicuramente il costo di manodopera è alto, anche se ciò non giustifica un trattamento così disumano. C’è però sia una questione di costi eccessivi, e magari si potrebbe agevolare con facilitazioni da parte dello Stato, ma anche di mentalità. In Puglia ci sono forme d’eccellenza, ma in moltissimi casi impera il guadagno ad ogni costo a discapito della dignità del lavoro. La chiusura dell’Ilva lo ha favorito? Non credo tanto la chiusura dell’Ilva, quanto la crisi in generale, perché per l’azienda siderurgica - un caso nazionale - c’è stata attenzione ai posti di lavoro e agli ammortizzatori sociali. In altre situazioni non è successo. E quindi si ricorre a qualunque forma di lavoro pur di poter sopravvivere, viaggiando per arrivare nei campi con chi guadagna sulla disperazione. Questo è un crimine. Cosa può fare lo Stato? Insieme agli incentivi è necessario un sistema rigoroso di controlli. Questa è la battaglia, perché il caporalato e i trasporti ad esso legati siano fermamente combattuti, investendo di più. Quando dico investimento, non significa solo dare più fondi, ma garantire legalità, visto che, quando non c’è, prolifera lo stile mafioso. La sfida è fare in modo che questo stile non prosegua. Bastano pene più severe? Ci vuole l’aspetto punitivo, ma anche un intervento preventivo nel senso di distruggere all’origine lo stile mafioso e la mentalità mafiosa. Vanno create le condizioni perché questo non accada; è un lavoro più ampio e più complesso, ma necessario. E la Chiesa cosa può fare? Innanzitutto dobbiamo dimostrare vicinanza a chi resta, quando accadono fatti drammatici come quello di Paola. Ho parlato molto con il marito Stefano, per cercare di confortarlo. Ma dobbiamo pure impegnarci per una pastorale più articolata sul mondo rurale. Ci facciamo già carico di accompagnare chi denuncia, e dobbiamo farlo sempre più, come pure sul fronte della solidarietà attiva alle persone. Non possiamo lasciar correre la provocazione che ci viene dalla circostanza. Come si vince l’omertà intorno al caporalato? Innanzitutto creando un clima di fiducia. Molte volte la gente è angustiata perché senza lavoro, quindi preferisce pochi euro al giorno rispetto al niente. Serve dunque un’effettiva offerta di lavoro degno, controllato, reale e, poi, anche una formazione delle persone, con un invito alla solidarietà. Ad esempio, nella raccolta delle ciliegie a Turi e Sammichele (Ba) le parrocchie locali offrono le proprie case per ospitare i braccianti. Occorre rendere più organica questa attenzione.
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