martedì 29 gennaio 2019
Il leader della Lega: Senato si opponga ad autorizzazione a procedere. In M5s affiorano dubbi sul «si». L'ipotesi della libertà di coscienza. L'ombra di nuove maggioranze.
Salvini vuole il «no» al processo. M5s nel caos, governo rischia
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In realtà, sarebbe stato sufficiente ascoltare con attenzione la furiosa diretta Facebook di Matteo Salvini nel giorno in cui gli sono arrivate le carte del Tribunale dei ministri di Catania: «La Lega voterà no all'autorizzazione a procedere nei miei confronti. Vedremo gli altri che faranno, se ci sarà una maggioranza al Senato...». Erano queste le parole-chiave del ministro dell'Interno. Le altre, «mi farei processare, mi mettano le manette...», erano buone per scaldare i militanti, non per esprimere il senso politico della vicenda. Il voto sull'autorizzazione a procedere è un voto di fiducia alla linea sulle migrazioni del ministro dell'Interno sposata dall'esecutivo gialloverde.

In M5s, però, hanno preferito concentrarsi su quel «mi farei processare...» che consentiva ai pentastellati di tirare un sospiro di sollievo e dire, grossomodo: «Bene, se Salvini vuole farsi processare, allora noi voteremo "si" come abbiamo sempre fatto sulle autorizzazioni a procedere». Prima lo ha detto il parlamentare Paragone, poi, più autorevolmente, Luigi Di Maio.

Ma le cose non stavano come M5s credeva. Salvini voleva e vuole un voto a suo favore della maggioranza gialloverde, vuole un «no» del Senato. Vuole così fortemente il «no», Matteo Salvini, da scrivere una lettera al Corriere della sera, pubblicata sull'edizione odierna, in cui afferma a chiare lettere che «il processo non va fatto» e che quindi il Senato deve «negare l'autorizzazione» perché il blocco dello sbarco della nave Diciotti ad agosto è stato deciso in qualità di ministro dell'Interno «per il supremo interesse nazionale».

Una capriola comunicativa che mette M5s all'angolo. Che farà, adesso, Di Maio? Dirotterà il Movimento dal «si» al «no»? Le prime reazioni pentastellate di giornata alla lettera di Salvini sono all'insegna della confusione. Il ministro dei Trasporti Danilo Toninelli, cui spetta in realtà ogni decisione di attracco delle navi, ammette che la missiva del leader della Lega «cambia le cose» e che comunque il governo si sente pienamente corresponsabile delle decisioni del titolare degli Interni. Esponenti di spicco come Manlio Di Stefano e Giulia Sarti cercano di restare attaccati alla linea del «si» aggiungendo una postilla: «Anche Conte e Di Maio si faranno processare». Un modo molto articolato per cercare di tenere insieme capre e cavoli: la fedeltà alla linea storica "giustizialista" del Movimento e la volontà di non tradire le politiche sui migranti del governo, che vengono trainate dal ministro dell'Interno ma condivise da Palazzo Chigi e dai ministri pentastellati.

Ma certo Conte e Di Maio non possono iscriversi da soli nel registro degli indagati, quindi la posizione "Sarti" sembra fragile. In M5s cresce quindi la sensazione che Salvini abbia costruito la trappola perfetta. Accennando alla volontà di farsi processare, e poi chiedendo il «no» all'autorizzazione, ha messo il Movimento in una situazione di grave contraddizione interna.

Poniamo che adesso Di Maio ordini il «no». Gli "ortodossi" di M5s non potrebbero accettarlo, si aprirebbe una frattura interna forse insanabile con la componente "ortodossa" che fa riferimento al presidente della Camera Roberto Fico. Se Di Maio tiene il Movimento sul «si», è alto il rischio che diversi senatori 5s votino per Salvini, sia per convinzione, sia per far proseguire la legislatura sia per non votare insieme al Pd (la base pentastellata vuole restare al governo con Salvini). Si affaccia, nel Movimento, anche una via di mezzo, del tipo lasciare libertà di coscienza, in modo da sganciare il voto dal futuro dell'esecutivo e con la forte probabilità che i «no» pentastellati aiutino Salvini ad evitare il processo.

Dietro questa vicenda c'è una partita politica molto più ampia. Se M5s gestisce male la pratica, il voto al Senato sull'autorizzazione a procedere può diventare il laboratorio di una nuova maggioranza Lega-Fi-FdI con l'apporto di "responsabili" provenienti dalla galassia pentastellata. Allo scrutinio in Aula mancano poco meno di due mesi. Due mesi in cui accadranno numerose altri fatti: le regionali in Abruzzo e Sardegna, l'esame del "decretone" su Reddito di cittadinanza e quota 100, il disvelamento dell'analisi costi-benefici sulla Tav, le primarie del Pd del 3 marzo (una eventuale vittoria di Zingaretti potrebbe modificare radicalmente i rapporti tra dem e M5s).

Le certezze sono due: alle spalle del dramma della Sea Watch, Lega ed M5s, ma soprattutto la Lega, stanno seriamente meditando sulla possibilità di proseguire il cammino insieme e perciò Salvini pretende un atto di fedeltà; dentro il Movimento c'è una maggioranza che guarda a destra e una minoranza che guarda a sinistra che ormai sono come due partiti in uno.

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