venerdì 18 gennaio 2019
Il giornalista fu ucciso con un collega in Ucraina. A Pavia è indagato un ex paramilitare che ha sempre respinto le accuse. Ma diverse immagini contrastano con la sua versione
Caso Rocchelli, le foto che tradiscono il presunto killer del fotoreporter
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Diceva di avere avuto un ruolo marginale nella milizia filogovernativa che bersagliava i paramilitari filorussi. Che lui non sa nulla dell’omicidio del fotografo Andrea Rocchelli, ucciso insieme al collega e interprete Andrei Mironov il 24 maggio 2014, mentre stava preparando un reportage sulla guerra nel Donbass, nella quale i separatisti filo russi si fronteggiavano con l’esercito di Kiev. Ma numerose foto ottenute da Avvenire e scattate proprio dal principale indagato, gettano nuove ombre su Vitaly Markiv, 29 anni, comandante italo-ucraino dell'esercito nazionale di Kiev arrestato nel 2017 per l’omicidio del fotoreporter italiano.

Una delle leve usate dalla difesa di Markiv riguarda la postazione da cui è partito il cannoneggiamento a colpi di granata contro tre fotografi e altri civili che erano stati precedentemente bersagliati da tiri di Kalashnikov ma si erano poi rifugiati dietro a un terrapieno. Secondo Markiv la postazione militare ucraina non poteva vedere a distanza e perciò è da escludere un tiro mirato contro i reporter. Al contrario una delle foto scattate nell’estate del 2014 e trovate in una chiavetta di memoria sequestrata all’indagato mostra dei militari filoucraini intenti a sorvegliare dalla collina proprio l’area nella quale aveva perso la vita Rocchelli.


Nessun ostacolo visivo è rinvenibile nelle immagini che al contrario dimostrano come la postazione dei miliziani aveva il pieno controllo visivo dell'area. Inoltre Mirkov ha sempre cercato di ridimensionare il suo ruolo nella milizia, definendosi come null’altro che un sostenitore nelle retrovie. Ma in diverse foto si ritrae in tenuta da combattimento, armato di fucile AK-74 (una versione evoluta del Kalashnikov) , munito di ottica per il tiro a lunga distanza e visione notturna. Altre immagini ritraggono torture su civili, un uomo, “una spia” secondo la difesa, incatenato nel bagagliaio di un’auto e poi gettato in una fossa, “ma non è stato ucciso”. Sempre nella stessa auto in altre foto si può osservare un carico di mine anticarro.

La famiglia Rocchelli, con tenacia e coraggio, chiede verità e (insieme alla Federazione nazionale della stampa italiana) si è costituita parte civile. Rocchelli perse la vita a Sloviansk, mentre documentava insieme con il suo interprete e collega Andrei Mironov i danni sulla popolazione civile della guerra nel Donbass. Le autorità ucraine, al termine di una lunga ma inutile indagine, parlarono di «danno collaterale» della guerra, ma per gli investigatori italiani si tratta assai più probabilmente di un agguato condotto a colpi di kalashnikov e granate. A conferma ci sono alcune intercettazioni nelle quali Markiv ammette che insieme ai suoi uomini aveva «fatto fuori dei giornalisti». E ora, grazie all'insistenza dei genitori di Andrea, Elisa e Rino, e alla determinazione dell'avvocato Alessandra Ballerini insieme alle indagini dei carabinieri del Ros di Milano e della Procura di Pavia, è stato possibile istruire il processo.

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