lunedì 5 giugno 2017
I legali del boss in carcere dal 1993 e ora in gravi condizioni di salute avevano chiesto di differire la pena. I Tribunale di sorveglianza di Bologna aveva detto no. Ora la Cassazione ribalta
Archivio Ansa

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Anche il boss dei boss ha diritto a morire "dignitosamente". Lo stabilisce la Cassazione, che per la prima volta accoglie la richiesta degli avvocati di Totò Riina e apre, di fatto, all'ipotesi di scarcerazione del capo dei capi di Cosa Nostra. "Differimento della pena o, in subordine, detenzione domiciliare" erano le richieste della difesa. Il boss, si legge nella sentenza, versa in condizioni di salute "gravissime": ha 86 anni ed è "affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica".

La suprema corte ritiene che le "eccezionali condizioni di pericolosità" debbano essere basate su "precisi argomenti di fatto". Va stabilito insomma quanto Riina possa essere considerato pericoloso in questo stato di salute: "Ferma restando l'altissima pericolosità del detenuto e del suo indiscusso spessore criminale", si legge nella sentenza 27.766, il provvedimento del Tribunale di sorveglianza di Bologna - al quale spetta ora decidere sulla richiesta degli avvocati - "non chiarisce con motivazione adeguata come tale pericolosità possa e debba considerarsi attuale in considerazione della sopravvenuta precarietà delle condizioni di salute e del più generale stato di decadimento fisico dello stesso".

In carcere dal 1993

'Totò u curtu' è in carcere dal 1993, dopo essere stato arrestato a Palermo dalla squadra del Capitano Ultimo in seguito a una latitanza durata 23 anni. Al momento è rinchiuso nel carcere di Parma con il 41bis, il regime di carcere duro. Per La Suprema Corte il tribunale di Bologna aveva omesso "di considerare il complessivo stato morboso del detenuto e le sue generali condizioni di scadimento fisico". Il giudice di merito dovrà ora verificare se la detenzione comporti una sofferenza e un'afflizione maggiore, tale cioè "da eccedere il livello che deriva dalla legittima esecuzione di una pena".

Anche Bernardo Provenzano venne scarcerato e poté morire "assistito dai suoi familiari". E tuttavia, non si deve ripetere quello che successe per Licio Gelli, che "venne scarcerato per motivi di salute e anche in quel caso si parlò di possibile e imminente decesso. Invece sappiamo come andò a finire, visto che morì mi pare vent'anni dopo la sua scarcerazione".

Don Luigi Ciotti: non dimenticare la logica di giustizia

"Il diritto a morire dignitosamente vale per ogni persona detenuta, in accordo a quella più ampia umanizzazione della pena che contrassegna la civiltà di un Paese, come ci ricorda la Costituzione". Così don Luigi Ciotti commenta la decisione della Cassazione su Totò Riina. Ma subito aggiunge. "C’è dunque un diritto del singolo, che va salvaguardato. Ma c’è anche una più ampia logica di giustizia di cui non si possono dimenticare le profonde e indiscutibili ragioni". Siamo a Sessa Aurunca nel bene confiscato "Alberto Varone", vittima innocente della camorra, gestito dalla cooperativa sociale "Al di là dei sogni", impegnata nell'integrazione di persone del disagio mentale. Si inaugura una nuova importante iniziativa, un hub per il riutilizzo dei beni confiscati e lo sviluppo dell'agricoltura sociale, nato grazie al sostegno della Fondazione con il Sud e dell'Istituto di studi politici San Pio V e realizzato dal consorzio NCO/Nuova cooperazione organizzata. Don Luigi riflette sulla notizia, ci dice come lo stesso Papa Francesco "ci ricorda sempre che la misericordia è inscindibile dalla giustizia". Pensa, il presidente di Libera, a "una persona malata, al quale lo Stato deve riservare un adeguato trattamento terapeutico a prescindere dai crimini commessi" ma anche a "una vicenda di violenza, di stragi e di sangue che ha causato tante vittime e il dolore insanabile dei loro familiari". (Toni M. Mira)

Rosy Bindi (Antimafia): nel carcere cure adeguate

"Leggeremo con attenzione le motivazioni della Cassazione. Ma Totò Riina è detenuto nel carcere di Parma dove vengono assicurate cure mediche in un centro clinico di eccellenza. È giusto assicurare la dignità della morte anche ai criminali, anche a
Riina che non ha mai dimostrato pietà per le vittime innocenti. Ma per farlo non è necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari, dove andrebbero comunque assicurate eccezionali misure di sicurezza e scongiurato il rischio di trasformare la casa di Riina in un santuario di mafia". Così Rosy Bindi, presidente Commissione Antimafia.

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