giovedì 7 aprile 2016
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ROMA Su politica energetica e referendum il governo ha «lanciato messaggi sbagliati al Paese». È stato un errore non avere evitato tutti i quesiti presentati, come è sbagliato ora invitare esplicitamente all’astensione nel voto del 17 aprile: «Una scelta che non condivido». Ermete Realacci è il presidente della commissione Ambiente della Camera. Esponente del Pd, non fa parte della minoranza anti-Renzi. Le sue critiche al governo, felpate nei toni ma decise nella sostanza, non derivano dal posizionamento nel partito quanto piuttosto dalla sua lunga militanza ambientalista. Non a caso, Realacci critiche ne ha per tutti: considera pericolosa la compagnia politica, da Grillo a Salvini, che spinge per il sì al referendum, critica quelle posizioni ambientaliste che dicono sempre «no a prescindere» e giudica pure poco importante il quesito in se stesso. Eppure ha annunciato il suo voto favorevole. Ce lo spiega, Realacci? Voterò sì per spingere il governo verso politiche molto più decise nel ridurre il ricorso alle fonti fossili e contrastare i mutamenti climatici, in coerenza con le decisioni del vertice di Parigi. Tra i contrari al referendum prevale invece un’idea di sviluppo legata al passato e perdente. È stata sbagliata l’enfasi posta dal governo nello Sblocca-Italia sulle potenzialità del petrolio, con la scelta di centralizzare le scelte sull’estrazione di idrocarburi e di eliminare molti vincoli. Da lì è nata l’iniziativa referendaria delle Regioni, che ha già avuto un sostanziale successo, spingendo l’esecutivo con la legge di stabilità a dare risposte a 5 dei 6 quesiti. Perché a suo avviso non si è deciso di evitare anche l’ultimo? Ci sono interessi a cui non si può dire di no? Credo abbia contato il dato culturale che dicevo prima, l’immaginario ormai superato del petrolio come ricchezza. Insieme all’idea di dare agli investitori stranieri il segnale che l’Italia non è il Paese dei troppi vincoli. Vediamola da punto di vista opposto. Le trivellazioni sono già in corso, perché non rinnovarle? Infatti in ballo non ci sono nuove trivellazioni, ma solo le piattaforme già attive che in buona parte estraggono non petrolio ma gas, il combustibile meno inquinante, quello che dovremo usare ancora a lungo. Inoltre, se gli impianti saranno chiusi, nel corso dei prossimi anni andremo incontro alla perdita di cinquemila posti di lavoro senza per questo ridurre i nostri consumi di combustibili fossili, che saranno importati. Per questo il mio sì nasce da considerazioni che vanno al di là del merito del quesito. Il petrolio è il passato? Una volta l’allora ministro saudita Yamani, disse con una grande immagine che come l’età della pietra non era finita per mancanza di pietre, così l’era del petrolio non sarebbe finita per l’esaurirsi dei pozzi. È una questione di tecnologia, e poi di scelte. Bisogna essere un po’ più visionari e puntare su nuovi obiettivi, ricerca, efficienza, risparmio energetico. I dati sull’ecobonus, gli sgravi per chi fa lavori di efficientamento in casa propria sono impressionanti, nel 2015 hanno mosso 25 miliardi. La posizione forte di Renzi non ha finito per politicizzare un referendum che aveva di per sé un peso limitato? Infatti secondo me non dovevamo fare una campagna astensionista. Il referendum è uno strumento per dar voce ai cittadini e io sono per eliminare il quorum. Una scelta di tipo informativo per dare ai cittadini gli elementi per scegliere, sarebbe stata più premiante anche per il governo. Non starà diventando anti-renziano? No, capisco e appoggio l’esigenza di ridare speranza e orgoglio al Paese, di superare la rassegnazione. Ma dobbiamo trovare una strada che sia compresa, puntare su elementi che uniscano. Come dice il saggio, se vuoi correre vai solo, ma se vuoi andare lontano vai con gli altri». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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