venerdì 18 ottobre 2013
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La rappresentazione plastica di come le alte burocrazie possano condizionare fino a bloccare la politica può essere individuata in quei 500 milioni di euro di multa che lo Stato ha dovuto pagare all’Ue per il mancato accordo sul numero unico di emergenza. Che in Europa è da tempo il 112 e che da noi, per le rivalità e la mancanza di coordinamento tra carabinieri, polizia, vigili del fuoco, ecc. – non è ancora operativo. Eppure è dal 2002 che i vari ministri dell’Interno assicurano che è cosa fatta. Alla fine, anche per evitare il protrarsi delle pesanti sanzioni pecuniarie, si è trovata una soluzione salomonica: oggi il 112 convive accanto al 113. Ma la promessa e auspicata localizzazione delle chiamate funziona solo in una piccola porzione di territorio. L’episodio è solo la punta di un iceberg di un fenomeno tutto italiano. La verità è che un sistema legislativo e amministrativo farraginoso, bizantino, pieno di clausole e di deroghe, ha reso davvero difficile l’arte di governare. Ma anche permesso a un gruppo ristretto di inossidabili superburocrati – annidati nelle funzioni di diretta collaborazione dei ministri (capi di gabinetto, capi ufficio legislativi, ecc.) o nelle alte gerarchie ministeriali – di prosperare e di accrescere potere e talvolta anche fortune personali all’ombra delle inefficienze dello Stato, arrivando persino a bloccare, per incapacità, per lentezza e in qualche caso per interesse, la decisione politica. In alto sono pubblicati alcuni esempi di come i «mandarini» – come vengono spesso chiamati gli alti burocrati – riescono a mettere i bastoni tra le ruote degli stessi ministri.Uno dei luoghi deputati, dei terreni nascosti dove la burocrazia esercita in modo predominante il suo potere, è il preconsiglio dei ministri. In quella sede capi di gabinetto, responsabili dell’ufficio legislativo, altissimi burocrati vagliano, discutono, modificano, cassano i provvedimenti voluti dai ministri. Che spesso neanche arrivano all’approvazione della riunione collegiale di governo. L’impalpabile dominio del preconsiglioCi sono, è vero, molti casi in cui questo lavoro di istruttoria evita al titolare politico del ministero cattive figure o successive grane. Ma questo controllo burocratico viene esercitato pur sempre di una zona d’ombra in cui è difficile distinguere tra competenza tecnica vera e propria e intrusione nella sfera decisionale della politica.È quest’ultimo, ovviamente, un fenomeno che è difficile quantificare nella sua reale consistenza. Però tutte le cronache di almeno un decennio narrano di ministri con il cappello in mano di fronte al Ragioniere generale dello Stato o al potentissimo capo di gabinetto del ministero dell’Economia per supplicare il via libera a un provvedimento considerato indispensabile. Perché in realtà da molto tempo, il controllo contabile si è trasformato in un controllo di merito. Sono gli organi burocratici che decidono se per un certo provvedimento ci sono i soldi e per un altro no.Il quadro che emerge, insomma, ai vertici dello Stato è quello di una politica debole, non sempre capace di tenere testa a un’alta burocrazia agguerrita, che sfrutta il vizio di fondo della legislazione italiana: quello che sottomette troppo spesso a regolamenti, circolari, decreti attuativi, deleghe, concerti tra diverse amministrazioni, richieste di pareri l’attuazione di tutte le leggi. Il corto circuito tra livello politico, alte burocrazie, capi di gabinetto è ancora più evidente quando si tratta di varare norme che in qualche modo toccano interessi della struttura stessa. In questi casi il lavorìo ai fianchi delle norme diventa macroscopico, con l’utilizzo di tutti gli espedienti e i più sottili escamotage. Il cortocircuito con i politiciIl governo Monti dopo quasi sessant’anni ha preso di petto la questione dei mega stipendi dei dirigenti pubblici. Il primo tentativo è andato a vuoto: la richiesta di un contributo di solidarietà a quei superburocrati pubblici che guadagnavano più di 90 mila euro annui si è infranta contro il muro della Corte Costituzionale. Contro quella decisione, voluta dal capo del governo, fecero ricorso tutti i dirigenti di Palazzo Chigi, meno uno, la dottoressa Anna Maria Gargano. La quale dichiarò che non se la sentiva, in un momento in cui si chiedevano alle famiglie italiane forti sacrifici, di contrapporsi a una richiesta di solidarietà, anche se in conflitto con diritti legittimi. Il secondo tentativo, andato in porto tra le mille difficoltà, è il tetto agli emolumenti dei dipendenti pubblici. Oggi tutte le somme percepite a vario titolo dai dipendenti pubblici non possono superare lo stipendio del primo presidente della Cassazione, stabilito in circa di 301 mila euro anni. Alla data dell’entrata in vigore del provvedimento erano parecchie le personalità (una cinquantina) che a malincuore hanno dovuto accettare tagli consistenti: il capo della polizia e il comandante generale dei carabinieri (rispettivamente 621 e 462 mila euro annui), il capo dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il capo di gabinetto dell’economia e il ragioniere generale dello Stato (536 e 562), i capi di Stato maggiore della Difesa e delle tre armi, il direttore dei monopoli di Stato (481), i presidenti e i componenti di molte Autorità. Non tutti però hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Vincenzo Fortunato, ex giudice amministrativo, potente ex capo di gabinetto dell’Economia per lunghissimi anni e vari ministri, rettore della Scuola Superiore dell’Economia e della Finanza (incarico per il quale percepisce tuttora, secondo quanto è scritto nel sito online della Scuola stessa, quasi 303 mila euro) ha "fatto causa" al suo ex ministero e alla Presidenza del Consiglio. Con un esposto al Tar, firmato dall’avvocato Gennaro Terracciano, già rettore della Scuola della Finanza, ha chiesto l’annullamento del decreto del sul tetto alle retribuzioni – in quanto «incostituzionale» – e delle ingiunzioni che lo hanno obbligato a restituire allo Stato la parte eccedente i 301 milioni annui sui suoi stipendi pregressi. Vedremo come andrà a finire. Mentre ancora non vede la luce, palleggiata tra Camera, Senato e Palazzo Chigi, la norma che per il tetto alle indennità dei manager delle aziende pubbliche. Quando uscì la proposta, il ministero dell’Economia sottopose il testo al Consiglio di Stato per un parere, sperando di ottenere qualche ammorbidimento sulle draconiane conseguenze per gli stipendi. Ma il Consiglio di Stato, il 24 gennaio 2013, ha risposto: i tagli s’hanno da fare. E senza ulteriori manovre dilatorie.
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