giovedì 30 luglio 2020
Uno studio di Censis e Confcooperative svela le difficolta di impiegati e famiglie. Una situazione che la pandemia ha peggiorato drammaticamente
Un operaio al lavoro in un cantiere

Un operaio al lavoro in un cantiere

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Lavoro irregolare, precario e spesso insufficiente a una vita dignitosa. È lo scenario che fa da sfondo a una crisi in attesa di rimbalzo e che la pandemia ha reso ancor più drammatica. Un quadro a tinte fosche, dipinto da Censis e Confocooperative nel recente Focus sulla condizione dei lavoratori all’epoca del Covid-19.

Stando allo studio, pubblicato questa mattina, sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare. E nella metà dei casi (1.059.000 famiglie), i nuclei vivono esclusivamente di quello stipendio (il 4,1% sul totale delle famiglie italiane). Di queste, più di una famiglia su 3, vale a dire è composta da cittadini stranieri, un quinto ha minori fra i propri componenti e quasi un terzo è costituita da coppie con figli.

La presenza di famiglie con solo occupati irregolari pesa al Sud, il 44,2%, ma le percentuali che riguardano le altre ripartizioni danno conto comunque di una diffusione considerevole anche nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.

«Il paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995. Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre sfondando il tetto del 10%. Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata dice Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri. Il problema non è il deficit, ma la capacità o meno di poterlo pagare. In merito al Recovery Fund – aggiunge Maurizio Gardini subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro. Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo, più sostenibile».

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