venerdì 31 luglio 2020
Sfruttati, mal pagati, impiegati in nero. Così il lockdown ha messo in ginocchio più di 2 milioni di famiglie. Il 50% degli italiani ha visto crollare il reddito (con punte del 60% tra i giovani)
Una famiglia che vive sotto a un ponte di Milano

Una famiglia che vive sotto a un ponte di Milano - Lapresse

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Lavoro irregolare, precario, che non basta a mantenere se stessi e la propria famiglia. Come quello di Roberto, 53 anni, bracciante agricolo nelle Langhe. La schiena piegata di chi ha già dato molto, ma gettare la spugna non è un’opzione, anche se con il Covid ha rischiato davvero di andare al tappeto. Roberto è quello che si definisce un working poor: il suo è un impiego che sarebbe anche sufficiente per tirare avanti se solo non ci fossero tre figli da mantenere e da mandare a scuola, magari da portare fuori a cena ogni tanto, come farebbe una famiglia normale. «Se in questi mesi non ci fosse stata la Caritas non avrei potuto tirare avanti – racconta ad Avvenire –. Sono stato costretto ad accettare qualche offerta in nero e non mi era mai successo. Non vorrei continuare così, ma per il momento non c’è altra soluzione».

Sul filo della povertà. Come un “acrobata della povertà”, Roberto è riuscito a sopravvivere. Ma il suo non è un caso isolato, come stiamo raccontando sulle pagine del nostro giornale nell’inchiesta sulla pandemia sociale. Sono molti, troppi, i lavoratori che durante il lockdown hanno visto crollare all’improvviso il loro reddito, andando a ingrossare la sacca di povertà assoluta del Paese. Sfruttati, mal pagati, a volte mortificati e privi di una rete di sostegno sociale adeguata. Il Focus di Censis e Confcooperative pubblicato ieri, “Covid, da acrobati della povertà a nuovi poveri”, ha provato per la prima volta a contarli e lo scenario che ne esce è drammatico.


Sono oltre un milione i nuclei che vivono esclusivamente di lavoro irregolare:
di questi 1 su 3 è costituito da coppie con figli, il 44% al Sud. Il rischio? Quello di una nuova frattura sociale. Non a caso sul crinale della precarietà si concretizza anche la paura: il 55% della popolazione teme che si diffondano rabbia e odio

I numeri della ricerca parlano da soli: sono 2,1 milioni le famiglie con almeno un componente che lavora in maniera non regolare e oltre un milione può contare solo su stipendi in nero (il 4,1% sul totale delle dei nuclei italiani). Di queste, più di 1 su 3, vale a dire 350mila, è composta da cittadini stranieri. Un quinto ha minori fra i propri componenti, quasi un terzo è costituita da coppie con figli, mentre sono 131mila le famiglie possono contare esclusivamente sull’impiego non regolare di un unico genitore. Il lavoro senza tutele si concentra soprattutto al Sud, dove copre il 44,2% degli impiegati, ma non va meglio nel resto del Paese: il 20,4% nel Nord Ovest, il 21,4% nelle regioni centrali e il 14% nel Nord Est.

Gli effetti del Covid. La situazione era già grave prima del coronavirus, ma la pandemia ha pericolosamente allargato la platea dei lavoratori finiti in ginocchio. Durante i mesi di lockdown 15 italiani su 100 hanno perso e più del 50% del loro reddito, mentre 18 su 100 hanno subito una contrazione compresa fra il 25% e il 50%, per un totale di 33 italiani su 100 con un introito ridotto almeno di un quarto. Ancora più drammatica la situazione fra le persone con un’età compresa fra i 18 e i 34 anni, per le quali il peggioramento inatteso delle propria situazione economica ha riguardato 41 individui su 100 (riduzione di più del 50% per il 21,2% e fra il 25% e il 50% per il 19,5%).

In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

La sfiducia. Un quadro che si rispecchia nelle attese dei lavoratori intervistati per i prossimi 12 mesi: se il 49,2% prevede una sostanziale stabilità del reddito rispetto a quello precedente il Covid-19, il 47% considera probabile una contrazione (per il 7,0% superiore al 50%), e solo il 3,8% prevede un aumento. Il 55% della popolazione teme poi l’eventualità che si possano diffondere rabbia e odio sociale, il 50% ipotizza un forte aumento della disoccupazione, mentre il 33,9% ha paura che l’intervento dello Stato possa essere insufficiente per la sanità e per le misure di contrasto alla povertà. Più concentrato sugli aspetti della sanità il 27,2% delle risposte, che guarda al rischio che il coronavirus possa ridurre l’attenzione rispetto ad altre patologie gravi, mentre il 25,5% teme di veder svanire i risparmi di una vita.

«Il paese vede la sua competitività ferma al palo dal 1995. Abbiamo un’occupazione più bassa della media europea. Un deficit che è cresciuto di 20 punti e un Pil che chiuderà con un rosso a due cifre, sfondando il tetto del 10%. Abbiamo una geografia sociale ed economica del Paese molto sbilanciata – ragiona Maurizio Gardini, presidente di Confcooperative – con poco meno di 23 milioni di lavoratori, oltre 16 milioni di pensionati, 10 milioni di studenti (con una formazione che non è sempre d’eccellenza) e oltre 10 milioni di poveri. Il problema non è il deficit, ma la capacità o meno di poterlo pagare». Ecco perché in merito al Recovery Fund «servono subito risorse per politiche strutturali che tendano sia alla salvaguardia dell’attuale occupazione, ma soprattutto alla creazione di nuovo lavoro – spiega Confcooperative –. Solo rilanciando innovazione, competitività e occupazione potremo far fronte ai debiti che abbiamo contratto, ridurre le diseguaglianze e costruire un modello di Paese più equo e più sostenibile».

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