lunedì 3 maggio 2021
Chi è Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez. Il rilancio a Sanremo e il trionfo a "Lol" per non restare schiacciato dal logo Ferragnez e preparare la battaglia sul ddl Zan.
Fedez e la moglie Chiara Ferragni

Fedez e la moglie Chiara Ferragni - Ansa

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Se si digita "Fedez" sui motori di ricerca, la definizione più comune è ancora «rapper italiano». In realtà Federico Leonardo Lucia (questo il suo nome all’anagrafe), milanese con origini lucane, è oggi molte cose insieme e molto di più di un semplice esponente del rap. Una specie di "azienda" multitasking, che spazia dalla televisione, ai social, alla produzione di podcast e - come dimostra la vicenda del primo maggio - non disdegna incursioni nella politica. Al punto che si ha ormai l’impressione di trovarsi di fronte a un fenomeno mediatico in cui l’originario core business (la musica appunto) conti relativamente meno, per lasciare spazio a un mosaico complesso dagli esiti (anche politico-partitici) ancora imprecisati e tutto sommato non facilmente prevedibili.
Di certo c’è che Fedez è stato per ben poco tempo, rispetto a suoi illustri colleghi, un "rapper tradizionale" secondo la ricetta made in Usa, poi esportata in tutto il mondo (dannazione, contestazione, ostentazione). Dai sobborghi del "non commerciale" è uscito presto, l’istinto economico e "mainstream" è entrato nelle sue rime alla velocità della luce: a 25 anni era già una star della tv come giudice di X Factor, decisamente tra i più bravi a scovare chi avrebbe "venduto"; nel giro di pochi anni la sua attività musicale in senso stretto - grazie anche al fortunato duo con J-Ax all’insegna del tormentone estivo - si è mescolata al fiuto da talent-scout (Rovazzi, per dirne uno) e alle intuizioni da imprenditore dello spettacolo: lo strappo con la Siae, una propria etichetta con lo stesso J-Ax, la moda e mamma-televisione, ovviamente.

Il vorticoso e repentino passaggio dal rap nudo e crudo allo show-business cambia Federico nella direzione e nei temi. I rapper underground, in realtà, non sempre sono prodighi di umanità verso le persone omosessuali. Nel 2011, ad esempio, Federico insulta Tiziano Ferro - che da poco aveva fatto coming out - nel testo Tutto il contrario: «Mi interessa che Tiziano Ferro abbia fatto outing. Ora so che ha mangiato più wurstel che crauti…» e volgarità discorrendo. Le scuse arriveranno - e meno male! - anni dopo, quando lo scivolone riportato alla memoria dai fan più attenti rischia di far deragliare il treno con destinazione Eldorado. Al quale treno il matrimonio con Chiara Ferragni nel 2018 aggiunge propellente eccezionale. Fedez e la più famosa delle influencer danno così vita ai Ferragnez, una sorta di Truman show via social network che tocca molti aspetti anche della loro vita privata. Occhio: "Ferragnez" significa che è Chiara il motore della nuova impresa con i suoi 23,4 milioni di "followers" e un’attività che di recente l’ha portata addirittura nel Cda di Tod’s (è la sesta più pagata influencer al mondo).

La carriera musicale di Federico si appanna un po’, il sodalizio con J-Ax si scioglie, Chiara oggettivamente straripa, orienta e incassa. Di Fedez rischia di restare solo la "z" che chiude la formula "Ferragnez". Poi il rilancio quest’anno, tornando alle origini, alla musica, con il secondo posto nel nazionalpopolare Sanremo insieme a Francesca Michielin. Significative le lacrime di Fedez durante la prima serata, a riprova di una emotività che il 32enne milanese inizia a tirare fuori sempre più spesso, anche in contrasto con l’immagine da "cinico" stroncacarriere che lo ha accompagnato nei primi anni ad X Factor. Il rilancio funziona, anche spinto dal tifo "influente" da casa di Chiara (non sufficiente, però, ad agguantare la "Vittoria", come qualcuno dice avevano programmato di fare in vista della nascita della secondogenita, che ha proprio questo nome). A seguire arriva il successo clamoroso di Lol, esperimento comico condotto insieme con Mara Maionchi. E si tratta di un exploit ancora più eclatante in quanto ottenuto su una piattaforma streaming e non su una tivù in senso classico. Dunque, nella scia di Lol, che ha reso popolare il rapper anche tra gli adulti, si può collocare l’affondo del primo maggio. Con una domanda che, come direbbe Antonio Lubrano, sorge spontanea: semplice attivismo per restare sulla cresta dell’onda o strategia sapientemente pianificata? A Sanremo il rilancio, con Lol la centralità, il primo maggio per il messaggio finale. Con i social a fare da assemblatori del puzzle. I numeri farebbero propendere per quest’ultima ipotesi. Complessivamente, infatti, in una trentina di ore le citazioni online relative a Fedez sono state più di 487mila, da parte di oltre 37mila autori unici, i cui contenuti hanno coinvolto (like, condivisioni, commenti) 4,1 milioni di persone. E allora quale potrebbe essere l’approdo del percorso?

Va notato infatti che la politica non è l’ultima evoluzione del personaggio-Fedez. Viene da più lontano. Nel 2014 il rapper scrive l’"inno" del M5s. Una chiara presa di posizione. Non sono partito, è il titolo. «Dalla marcia su Roma al marcio su Roma c’è solo un Movimento che va avanti all’infinito». E più recentemente con il podcast Muschio selvaggio affronta (insieme al co-conduttore Luis Sal) problemi di grande interesse e complessità condendoli dei consueti luoghi comuni.

Ora che il Movimento evapora tra le tensioni interne, i guai di Grillo e la separazione con Casaleggio, secondo alcuni "Fede" si è messo in proprio. Presto, molto presto per dirlo. Di certo a Milano lui e Chiara tirano e per certi versi fanno paura, mettendo la faccia anche su opere benefiche. «Il nuovo Grillo», lo definisce ora lo stesso mainstream che ha "ripulito" il rapper dai tratti più duri. Ma Milano fa rima con Casaleggio, non con Grillo. E Federico sembra aver imboccato una strada che somiglia molto a quella di Casaleggio jr: mollare partiti e movimenti, raccogliere cittadini su una singola causa, single issue, e mettere su quella causa tutta la forza che si ha. Bombardando. Semplificando. Facendo a polpette le idee diverse. In sostanza una strategia del "vaffa 4.0", forse ancora più inquietante, perché si può dirigere (a piacimento o a pagamento) contro o a favore di chiunque, senza nemmeno dover sciorinare una visione - discutibile quanto si vuole - ma comunque complessiva del Paese e dei suoi problemi.

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