martedì 29 ottobre 2013
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L’evidenza di un inquinamento preoccupante, che pretende azioni concrete, oltre le giuste proteste, smuove la capacità di ripresa della Campania che ha strutture capaci di indicare buone pratiche per bonifiche quasi a costo zero. Non a caso si chiama Life, Vita, il progetto che potrà far rinascere le aree della Campania, e non solo, inquinate e contaminate dallo sversamento di scorie industriali e rifiuti tossici che ne rendono impossibile l’uso e la coltivazione e che oggi sono identificate sotto l’inquietante nome di Terra dei fuochi. La facoltà di Agraria dell’Università Federico II di Napoli, nella sontuosa Reggia di Portici, da quasi due anni sta studiando la possibilità di bonificare un terreno piantando specie vegetali capaci di sottrarre gli elementi inquinanti presenti. Piante non destinate all’alimentazione ma che, è importante sottolinearlo, possono assicurare un reddito all’agricoltore e alla sua famiglia. Il progetto è quinquennale (scadenza 2017), è affidato e finanziato dall’Unione Europea e sarà esportato e replicato negli altri Paesi dove è irrisolto il problema dei terreni inquinati con conseguenze negative sulla salute e sull’ambiente. «Una iniziativa – spiega Paolo Masi, preside di Agraria – che si inserisce nella varietà di progetti europei finalizzati all’applicazione concreta della ricerca per risolvere i problemi: in pratica un dimostratore». Probabilmente non tutti i terreni potranno essere bonificati piantando specie no food e sicuramente prima di avviare nuovi innesti vegetali occorre eliminare una parte delle sostanze inquinanti, nella fattispecie i bidoni di scorie che frequentemente si rinvengono. «Dobbiamo tenere presente due aspetti – chiosa Masi –: la parte sottostante il suolo è di per sé un filtro ricco di sostanze, gli zeoliti, che trattengono cose e ne eliminano altre. E poi il suolo della Campania è di origine vulcanica e quindi già ricco di metalli, da cui deriva in buona parte la fertilità del terreno». Una prerogativa regionale, che dà l’impronta al prodotto agro-alimentare locale. Importante perciò, sottolinea Masi, «conoscere bene il suolo ed evitare interventi generalizzati». La superficie della Campania inquinata da sversamenti illeciti, da discariche legali, da impianti o siti di stoccaggio sarebbe dell’1%, distribuita a macchie ma identificabile per lo più nell’area tra la provincia nord di Napoli e quella sud di Caserta. «Il problema esiste, ma va circoscritto», ribadisce il preside, che ricorda come i prodotti agro-alimentari campani siano controllatissimi. Sono diversi i gruppi universitari di Agraria impegnati nel programma europeo di recupero di un’area contaminata, dagli agronomi agli idraulici ai chimici in sinergia con altre facoltà, a dimostrazione della cura e della scientificità dell’intervento. «L’obiettivo – precisa Masi – è costruire una catena virtuosa». Pioppi, tamerici, canapa sono tra le piante no food già note per la loro capacità di assorbimento degli inquinanti nel terreno e questi, grazie all’azione depurativa, in alcuni casi possono tornare ad essere coltivati con piante alimentari anche nel giro di quattro, cinque anni. «Le specie vegetali no food – osserva Masi – possono essere utilizzate tra l’altro per produrre bio-energia o elementi polimerici, cioè le plastiche, o usate nella bio-edilizia. Oggi per questo tipo di prodotto si utilizzano per lo più mais e grano e questo – conclude – pone un grave problema di tipo etico poiché si sottraggono piante fondamentali nella catena alimentare».
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