martedì 9 gennaio 2018
Tutti d'accordo sul nuovo strumento, ma i 9-10 euro l'ora ipotizzati (1.560 o 1.733 euro al mese a tempo pieno) sono una soglia molto alta. No dei sindacati. Se ne discute nel "Patto per la fabbrica"
Pd-M5S-Lega, l'asse inedito sul salario minimo

È forse l’unica materia su cui le principali forze politiche sono d’accordo. Sulla proposta di un salario orario minimo, garantito per legge, concordano infatti Partito democratico, Lega e Movimento 5 stelle; Forza Italia «sta valutando» l’ipotesi, dice il capogruppo alla Camera Renato Brunetta, e la sinistra di Liberi e uguali, pur non essendosi espressa ufficialmente, è tradizionalmente favorevole alla sua introduzione. I principali schieramenti concordano perfino sull’entità della retribuzione minima: M5s prima e Lega poi hanno parlato di 9 euro l’ora; il Pd ha rilanciato l’idea, contenuta già nella prima versione del Jobs act, con un tra 9 e 10 euro. A favore anche una buona parte degli economisti, con in testa il presidente dell’Inps Tito Boeri, mentre da sempre contrari sono i sindacati confederali, che temono contraccolpi sulla contrattazione, e gli imprenditori che paventano livelli minimi troppo elevati. Anche se, proprio nelle ultime ore, la questione viene affrontata nelle bozze di quel "Patto per la fabbrica" che industriali e sindacati stanno discutendo.

Salario minimo per chi?

La retribuzione oraria minima fissata per legge esiste in 22 dei 28 Paesi dell’Unione europea. Ne sono privi, oltre all’Italia, solo Austria, Ciprio, Danimarca, Finlandia e Svezia. L’ultima ad averla introdotta è stata la Germania nel 2015 e adesso è a 8,84 euro. Nell’Unione i valori variano di molto con la Spagna a 4,5 euro e i 9,76 della Francia, uno dei livelli più alti assieme a quello del Lussemburgo 11,55. L’introduzione anche nel nostro Paese sarebbe funzionale a tutelare quantomeno quel 15-20 per cento di lavoratori che non sono coperti dalla contrattazione nazionale e, come ha sottolineato in una recente audizione in Parlamento Tito Boeri, quei 2,5 milioni di lavoratori tra dipendenti, parasubordinati e autonomi che vengono retribuiti a livelli inferiori ai minimi contrattuali e al di sotto delle soglie di povertà. Una componente, questa dei "working poor", che si è ampliata negli ultimi anni complice la crisi, l’emergere della "gig economy" (l’economia dei lavoretti) e il proliferare dei cosiddetti "contratti pirata" (da 400 patti nazionali si è passati in 5 anni a 800), firmati da sindacati poco rappresentativi o filopadronali che stabiliscono minimi molto al di sotto delle medie del settore.

Sindacato critico

«Questo è semmai l’ambito nel quale i partiti dovrebbero impegnarsi: approntare una cornice legislativa leggera con la quale misurare la reale rappresentatività dei sindacati e quindi la titolarità a firmare contratti e fissare minimi retributivi – spiega il segretario confederale Cisl Gigi Petteni –. Poi, assieme a una legge e a incentivi per la partecipazione dei lavoratori nelle imprese potremmo anche discutere di salario minimo legale e maggiore sviluppo della contrattazione aziendale. Ma se non si fa prima tutto il resto, introdurre solo il salario minimo comporterebbe una grave lesione dell’autonomia e del ruolo delle parti sociali». Un pericolo che invece Chiara Gribaudo, che si è occupata del tema per il Pd in commissione lavoro della Camera non vede. «Al contrario è una doppia opportunità: proteggere nuove figure nella logistica e nell’economia 4.0 da un lato, favorire la modernizzazione della contrattazione aumentando lo spazio per i contratti aziendali, dall’altro». Come aveva anticipato ad "Avvenire" il 3 gennaio il responsabile del programma Pd Tommaso Nannicini.

Livello troppo elevato?

Il nodo però è anche il livello ipotizzato per il salario legale. Di norma questo viene fissato tra il 40 e il 60% della retribuzione oraria mediana: al di sotto infatti è ininfluente, al di sopra rischia di provocare disoccupazione o un aumento del ricorso al "nero". La scelta della Germania, ad esempio, due anni fa è stata quella di fermarsi al 51% circa della mediana dei salari (e prevedere diverse deroghe per giovani e apprendisti), mentre la Francia è al 62%. In questo quadro, i 9 o 10 euro ipotizzati – pari a 1.560 o 1.733 euro al mese a tempo pieno, contro i 1.480 in Francia e i 1.498 in Germania – si attesterebbero su un livello decisamente superiore: tra il 75 e l’80% della retribuzione contrattuale media calcolata dall’Istat in 13,35 euro l’ora per l’economia in generale, 12,38 nell’industria e 14,12 euro nei servizi, con minimi che vanno dai 4,64 nella media dell’intera economia (i livelli più bassi si registrano in agricoltura), 7,58 nell’industria e 7,03 nei servizi, come calcolato dal presidente dell’Istat Giorgio Alleva. Se si guarda ai minimi dei contratti nazionali (dati 2015), il settore tessile-abbigliamento con 6,6 euro l’ora è molto al di sotto del livello previsto, assieme ad altri comparti come l’agricoltura 7,13. C’è infine il contratto delle colf, per le quali il compenso orario varia da un minimo di 4,54 euro l’ora a un massimo di 8,07 per le super-specializzate. In questo caso il minimo legale farebbe scattare aumenti assai pesanti per le famiglie (anche se, nelle grandi città, i massimi vengono spesso già superati).

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