mercoledì 6 gennaio 2021
La crisi non aperta, ma di fatto in piedi da un mese, ha un problema di fondo: la fiducia che non c'è più. I meriti di Renzi e il silenzio di Conte. Ora, però, serve un punto finale. All'altezza.
Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati.

Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei deputati. - Ansa

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Questa strana crisi di governo, formalmente ancora non aperta (l’esecutivo Conte è in carica) ma di fatto in piedi da quasi un mese, ha un problema di fondo: la fiducia. Merce che sembra non esserci quasi più all’interno della coalizione che governa l’Italia da 16 mesi. È questa mancanza - e dell’elemento più difficile da ricostruire, una volta venuto meno - l’ostacolo che allontana la soluzione a una crisi che parlamentari di ogni colore definiscono «demenziale» e che si fatica a comprendere. Ma che a questo punto richiede soprattutto una cosa: di essere conclusa - in un modo o nell’altro - prestissimo, perché già troppo sta durando. Ogni giorno di ritardo, che intanto passa con i suoi morti e i suoi contagi, pare intollerabile. Una crisi che è il segno di questi strani tempi, in piena pandemia, con una campagna di vaccinazione che fatica a decollare e le restrizioni anti-Covid che continuano a far litigare (e consola solo fino a un certo punto che tali problemi ci accomunino ora, più o meno, al resto d’Europa). L’opposizione non pare star meglio, come dimostra nella giunta lombarda la bufera sull’assessore Gallera, al "cuore" di quello che una volta era il settore d’eccellenza della Regione-simbolo del centrodestra di governo. Una crisi oscurata da quella, ben più grave, che a livello nazionale sta vivendo la coalizione giallorossa, pagando dazio alla scarsa omogeneità iniziale che, non essendo evoluta in un dialogo fecondo, è ormai venuta pienamente a galla. È una tempistica di cui è consapevole lo stesso Matteo Renzi, il quale si è "auto-risposto" nella sua e-news che «proprio perché c’è il caos serve la politica», più politica. Ma che sia politica "alta", allora, e non solo "mercato" di posti di governo, che ancor più gli italiani faticherebbero a comprendere. Questa crisi, insomma, può acquistare un senso solo se, lungi dall’essere la solita partita a poker tra politici, si tramuta in un’occasione di reale cambiamento. Al leader di Iv va riconosciuto un merito: aver evidenziato, ponendo questioni politiche sostanziali, che la prima bozza del Piano di rilancio faceva acqua da molte parti, per la sua costruzione e per la suddivisione dei fondi (decisa in sostanza solo dentro Palazzo Chigi) ancor prima che per la 'cabina di regia' con i famosi 6 super-manager. Una critica, fondamentale in una partita da 209 miliardi che condizionerà la nostra vita e le nostre chance per i prossimi anni, poi "scoperta" e condivisa un po’ da tutti, negli altri partiti e fra i commentatori. Il Piano, attraverso varie bozze, sta lentamente prendendo una forma più consona. Quell’episodio ha azzerato però il "capitale-fiducia". In uno scenario dove tutti escludono le elezioni, Renzi pare deciso a puntare, fino all’ultimo secondo utile, alla sostituzione di Conte, se ci riuscirà. E il premier, chiuso in un poco costruttivo silenzio, non si fida a compiere lui il primo passo. Lo stesso rimpasto darebbe un esito "riduttivo" per un quadro troppo incancrenito. Idem l’appoggio dei cosiddetti "responsabili" al posto di Iv. Ora però, un mese dopo, è giunto il tempo di porre un punto finale alla contesa. Gli italiani, già stremati da lunghi mesi di restrizioni, attendono una soluzione, cioè coerenza e decisioni chiare. All'altezza, e (possibilmente) non al buio. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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