giovedì 3 giugno 2021
Il fondatore del Censis: il referendum era una scelta semplice. Oggi tutto è più complesso, si può costruire qualcosa se esiste un desiderio, ma la società non ha grandi desideri
Giuseppe De Rita, fondatore del Censis

Giuseppe De Rita, fondatore del Censis - .

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1 946-2021, settantacinque anni e un’Italia totalmente diversa. Giuseppe De Rita racconta il 2 giugno raccontando due Italie. «Oggi tutto è più complesso. La dimensione politica, quella istituzionale, quella economica, quella sociale. Il referendum del ’46 era semplice, era in fondo un sì o un no. E semplice era la società di allora. Oggi la società è complessa. Difficile da decifrare. Oggi non è possibile indicare una meta con un sì o un no». Sfidiamo De Rita, classe 1932, sociologo, fondatore e presidente del Censis, con una domanda netta: vede una certa voglia di semplificare? «Vedo tanta nostalgia verso un quesito semplice. Proprio come nel ’46 con il no dell’Italia alla monarchia. La politica preferirebbe un sì o un no rispetto alle complessità di una società che fatica a capire e che non riesce a guidare. Oggi la politica non capisce la società e la società non capisce la politica». Due date. Due stagioni. Una segnata dalla guerra e una dalla pandemia. De Rita sembra quasi infastidito dall’accostamento. «La guerra lasciatela a quelli che l’hanno fatta. La pandemia non è la guerra e il paragone è quasi offensivo. Chi ha vissuto la guerra ha visto palazzi disintegrarsi sopra la propria testa. Aerei che bombardavano e oscuravano il sole... Basta con questi accostamenti, basta con le parole facili. Il coprifuoco era quello della guerra, non quello del Covid. Oggi ci sono le mascherine, ieri c’erano le maschere anti-gas». Insistiamo però sul parallelo. Agli italiani del 1946 fu chiesto di ricostruire il Paese dopo i disastri della guerra, a quelli di oggi di ricominciare uniti dopo il Covid. «Si può costruire qualcosa se esiste un desiderio. Oggi la società non ha grandi desideri. Oggi molti hanno tutto. L’offerta delle cose è totale». È un’analisi severa, De Rita insiste: «Oggi c’è più egoismo e difficilmente recupereremo il 'furore di vivere' della stagione prima della pandemia. Non vedo un’onda impetuosa, vedo un’onda lunga. Servirà tempo per capire che cosa sceglieranno gli italiani e per vedere dove andrà l’Italia».

Quanto tempo?
Siamo sulla linea di partenza di una maratona. Non sono i cento metri. Ci vorrà tempo per capire il senso di marcia. Prevedo almeno fino a dicembre. Poi ci vorranno anni per capire se saremo riusciti a costruire davvero le condizioni per il rilancio.

Gli italiani che Italia vorrebbero?
Un’Italia che funzioni. E una classe dirigente capace di muoversi nelle complessità.

Lo è?

Ci sono migliaia di viti e di bulloni da stringere, ma la politica preferisce il sì e il no piuttosto che smontare e rimontare la macchina.

Il capo dello Stato però crede in una nuova stagione di rinascita...
Io dico che lo sviluppo lo fanno le persone, non le politiche. Nel dopoguerra le persone che si sono ricostruite una casa, negli anni Cinquanta i meridionali che venivano a lavorare al Nord... Dietro ogni miracolo italiano ci sono le persone.

E ci saranno le persone anche dietro il miracolo del dopo Covid?
Questa volta milioni di persone si sono chiuse in casa, hanno accettato con compostezza divieti e mascherine. Altro che 'non saremo più come prima', come si sente spesso dire; gli italiani sono gli stessi, solo con un po’ più di soldi in tasca nella media. Hanno anche risparmiato, ma non sono cambiati in meglio. E allora mi interrogo: parlare di miracolo ha senso? Oggi l’interrogativo è un altro: gli italiani che hanno accettato questi diciotto mesi di lockdownche cosa vogliono fare? Oggi l’onda dove li porta? Solo a spendere quello che si è risparmiato in cene e vacanze o a pensare a come investirlo contribuendo al nuovo miracolo?

Immagino che nemmeno lei abbia una risposta.
No, non ho una risposta. Nessuna sa come finirà, nemmeno un mago. Un’idea, anzi un obiettivo generale deve maturare dentro la testa di milioni di persone. E non può essere Draghi a indicarlo. Non può essere la politica a fissare la meta.

Lei ha otto figli e quattordici nipoti: quali speranze ha per loro, per le giovani generazioni?
Non contano le speranze mie, contano le speranze loro. Io non sono in grado di dare indicazioni, né vorrei darne. Io potrei al massimo dare un nome a un processo quando il processo inizia a delinearsi. Ma sia chiaro, non sarà un processo unitario, sarà la somma di milioni di processi individuali.

Vedo ancora pessimismo.

Non pessimismo, attesa. C’è un momento di tensione e c’è la voglia di non sbandare e di non rinunciare a correre. Ma è troppo presto per capire come andrà a finire.

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