martedì 1 ottobre 2019
Le associazioni critiche verso alcuni punti della proposta di modifica formulata sull’onda del caso Bibbiano
Scarpette bianche davanti al municipio dopo l'inchiesta (Ansa)

Scarpette bianche davanti al municipio dopo l'inchiesta (Ansa)

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Conclusa l’opera di ricognizione avviata dal ministero della Giustizia che ha inviato un questionario a tutti gli uffici giudiziari italiani per «fotografare la realtà in tema di affidi familiari». L’operazione consentirà «di compiere le scelte di intervento, anche normative, ritenute necessarie nei settori che avranno evidenziato le maggiori criticità». L’ha spiegato nei giorni scorsi il sottosegretario di Stato per la Giustizia Andrea Giorgis, in una risposta alla Camera a un’interrogazione della deputata leghista Cristina Patelli, presentata sull’onda del caso Bibbiano. Ieri il termine ultimo per l’invio dei dati. Giorgis ha assicurato che il ministero «ha prontamente attivato tutti i suoi poteri di verifica ed approfondimento delle questioni relative alla correttezza dei procedimenti di affido e, più in generale, dell’operato giurisdizionale correlato anche attraverso l’ispettorato, che sta ponendo in essere una capillare attività di controllo». Inoltre, viene ricordato, è stata istituita una squadra speciale di giustizia per la protezione dei minori che si è riunita per la prima volta il 31 luglio, e una seconda la scorsa settimana. A queste iniziative si affianca «un’attività di ricognizione della normativa vigente sul tema, al fine di approfondire l’operatività concreta del dettato legislativo e fare emergere eventuali lacune esistenti».

Una legge di riforma dell’affido non può diventare una legge 'contro' l’affido. Le associazioni che da decenni sono impegnate sul terreno drammatico e complesso dell’accoglienza familiare sono state colte di sorpresa dall’annuncio del progetto di riforma della legge incardinato nei giorni scorsi in commissione Giustizia della Camera. E si è trattato di una sorpresa in gran parte negativa. Perché il progetto di riforma non si preoccupa in alcun modo di rilanciare l’affido come mezzo auspicabile di solidarietà tra famiglie ma sembra unicamente concentrato a rivedere modalità e tempi per l’allontanamento dei figli e per gli interventi di servizi sociali e tribunale dei minorenni. Aspetti importantissimi su cui, come il caso Bibbiano dimostra, era sicuramente necessario intervenire con provvedimenti all’insegna della trasparenza e della correttezza. Ma non si può intitolare un progetto 'Modifiche al codice civile e alla legge 4 maggio 1983, n.184 in materia di affidamento dei minori' e poi dimenticarsi di spiegare come sostenere e accompagnare la scelta generosa di tanti genitori che hanno deciso di aprire le porte di casa a un bambino in difficoltà per aiutare, oltre a lui, anche la sua famiglia d’origine. Obiettivo tra l’altro ben spiegato dalla legge 149 del 2001 che ha parzialmente modificato quella del 1983.

«Nessuno di noi era stato interpellato, eppure nelle nostre realtà – osserva Massimo Orselli, presidente di Famiglie per l’accoglienza e responsabile dell’area affido e adozioni del Forum delle associazioni familiari – esistono competenze maturate da decenni. Speriamo ora di poter chiarire il nostro punto di vista nel corso delle audizioni». L’immagine dell’affido emersa dal caso Bibbiano e rilanciata in modo acritico da tanti media – ribadiscono Aibi, Famiglie per l’accoglienza, Famiglie nuove dei focolari, Comunità Giovanni XXIII, Progetto Famiglia che già all’inizio di luglio avevano sintetizzato il loro pensiero in una lettera aperta – è lontana anni luce dalle esperienze positive di centinaia di famiglie che, al di là delle difficoltà e dei sacrifici, possono testimoniare la bellezza di un percorso di aiuto andato a buon fine. «Abbiamo chiesto tante volte anche noi di modificare la legge – riprende Orselli – ma non in questo senso. Non si può concepire un provvedimento che disegna quasi una contrapposizione tra famiglie, servizi e giudici. Il collante dev’essere il senso dell’alleanza educativa. Se ci mettiamo tutti insieme, l’obiettivo di offrire un futuro migliore a un bambino che vive situazioni familiari segnate dalla sofferenza e dalla fragilità può essere realizzato». Talvolta sono le stesse famiglie d’origine a chiedere aiuto. In altri casi occorrono interventi diversi, anche impositivi, perché i genitori fanno fatica a comprendere le proprie difficoltà e non riescono a percepire con chiarezza la necessità di un affiancamento. «Le famiglie d’origine non vanno né scavalcate – osserva ancora Orselli – né assolutizzate, come sembra emergere dalla proposta di legge che verrà discussa in commissione. E, allo stesso modo, occorre guardare alle famiglie affidatarie. Nessuna contrapposizione. Anzi, lo Stato dovrebbe adoperarsi per mettere a punti strumenti più efficaci con l’obiettivo di agevolare questo patto solidale. Ma tutto questo nel provvedimento in questione non c’è».

Anche Cristina Riccardi, vicepresidente di Aibi, sottolinea l’incongruità di tanti aspetti che denotano una conoscenza approssimativa del problema e lasciano del tutto sullo sfondo la parte positiva dell’affido. «Tutta la premessa – fa notare – parte dall’urgenza dei fatti di cronaca accaduti ma l’affido, per fortuna, è ben altro». Del tutto ignorata anche la parte relativa alla necessità di sostenere il lavoro dei servizi sociali a cui servono risorse in termini economici e di aggiornamento professionale. «Occorre considerare che gran parte del lavoro pesa sulle loro spalle ma se non mettiamo questi operatori nelle condizioni di intervenire nel modo più efficace e più saggio – continua l’esperta – rischiamo di fare un elenco di buoni proposito sganciato dalla realtà». E quando si parla di relazioni fragili, di difficoltà familiari, occorre rendersi conto che ogni intervento va fatto con misura, rispetto e delicatezza. «Giusto pensare all’allontanamento del genitore che maltratta o che abusa, invece di portare via i bambini dalle famiglie – fa notare ancora Riccardi – ma bisogna rendersi conto delle implicazioni legate a una scelta simile. Quasi sempre siano di fronte a nuclei in cui la povertà economica si somma a quella relazionale e, talvolta, a patologie di vario segno. E servono tutele forti. Come assicurarle a un bambino lasciato nel contesto d’origine?».

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