venerdì 6 ottobre 2017
Operazione Metauros contro il clan che controllava il traffico del termovalorizzatore di Gioia Tauro, il più grande del Sud che erano riusciti a collocare dove era loro più comodo
Rocco La Valle, ex primo cittadino di Villa San Giovanni dal 2010 to 2015, scortato dalle forze dell’ordine. È uno dei sette arrestati nell’ambito dell’operazione Metauros contro il clan Piromalli (Ansa)

Rocco La Valle, ex primo cittadino di Villa San Giovanni dal 2010 to 2015, scortato dalle forze dell’ordine. È uno dei sette arrestati nell’ambito dell’operazione Metauros contro il clan Piromalli (Ansa)

Due milioni di euro ogni anno, dal 2009 sino a ieri. Questa era la 'tassa ambientale' – 80 euro per ogni camion – che la ’ndrangheta imponeva al ciclo dei rifiuti transitante dal termovalorizzatore di Gioia Tauro, il più grande del Mezzogiorno. A svelarlo l’operazione 'Metauros', coordinata dalla Dda di Reggio Calabria e condotta dagli uomini della Polizia e dei Carabinieri, che ieri hanno eseguito 7 fermi: Gioacchino Piromalli, figlio di 'don' Pino dell’omonima cosca, Rocco La Valle, ex sindaco di Villa San Giovanni, l’avvocato Giuseppe Luppino, ex vicesindaco di Gioia Tauro, i fratelli Giuseppe, Domenico e Paolo Pisano, imprenditori fedelissimi del Piromalli, e l’autotrasportatore Francesco Barreca; indagati pure il boss Giuseppe Commisso e l’ispettrice di Polizia Ilenia Coco.

Pagare poco, affinché paghino tutti: questo il metodo di Gioacchino Piromalli, detto l’Avvocato, già condannato per ’ndrangheta nel processo 'Porto' e una delle eminenze grigie dei clan calabresi. Il suo collettore delle mazzette era Rocco La Valle, imprenditore ed ex sindaco di Villa San Giovanni (sostenuto operativamente dal sodale Francesco Barreca). La Valle era stato sfiorato da altri approfondimenti investigativi: sia nel 2007 quando pranzava col padre del 're dei rifiuti' Matteo Alampi; sia nel 2015 quando si vedeva spesso con l’avvocato Paolo Romeo, indagato come capo della cupola masso- mafiosa. Per risalire all’avvio dell’operazione 'Metauros' bisogna trasferirsi, invece, a Granarolo dell’Emilia dove viveva Carmelo Bellocco, reggente dell’omonima cosca: «Gioacchino, l’avvocato, ha Pisano là all’inceneritore, quello è il suo braccio destro», confidava il boss a un suo congiunto. E gli imprenditori, costruiti in vitro dai Piromalli per l’operazione termovalorizzatore erano proprio Domenico, Giuseppe e Paolo Pisano, tre fratelli titolari della Dgp, azienda incaricata dei lavori di manutenzione delle caldaie e del nastro trasportatore dell’impianto. In realtà, i tre erano molto di più. «Quel termovalorizzatore era stato voluto dai Piromalli – ha spiegato Gaetano Paci, procuratore aggiunto di Reggio Calabria –, sono stati loro a pretendere lo spostamento da Palmi a contrada Cicerna, un luogo a loro più congeniale».

Un’operazione con il beneplacito dei De Stefano, come conferma il principale collaboratore di giustizia dell’operazione, Salvatore Aiello, che in quegli anni era tra i primi collaboratori dell’ex senatore Antonio Caridi alla società municipalizzata dei rifiuti di Reggio Calabria. Non l’unica 'gola profonda' di rilievo tra le famiglie di ’ndrangheta: nell’operazione 'Metauros' si registrano infatti le dichiarazioni di Candeloro Claudio Ficara, fratello di Giovanni 'Il Gioielliere', boss alleato dei Pelle-Vottari di San Luca, che ha spiegato ai magistrati il «metodo Piromalli». I rifiuti erano un 'cavallo di troia' per erodere denaro pubblico e in sella i Piromalli – fornendo garanzie a tutti i clan – avevano messo i Pisano. Uno strapotere che nel 2013 non evita a uno di essi, Giuseppe, di essere destinatario di venti colpi di kalashnikov, che peraltro lo lasciano illeso. Entra così in scena Ilenia Coco, ispettore di polizia, che ha una relazione proprio con Pisano: è lei a entrare nei server della Polizia per conoscere eventuali dettagli di indagine a carico del partner. Ma l’ispettore Coco non è l’unico pezzo del- le istituzioni a 'tutelare' i Piromalli: tra questi c’è un altro avvocato, Giuseppe Luppino. Super-consulente – dal 2001 al 2008 – del Commissario straordinario per l’emergenza rifiuti della Regione Calabria, nelle captazioni tra gli indagati era il 'Mago Hellas'. Vietato pronunciare il suo nome: Luppino orientava i movimenti dei quattro impianti di stoccaggio calabresi, ma anche dalla Sicilia e dalla Basilicata; tutti dovevano conferire a Gioia Tauro.

Un avvocato eclettico, che corteggiava la politica ma anche boss di primissimo livello come Giuseppe Commisso, 'il mastro', a capo del Mandamento Jonico della ’ndrangheta. Il termovalorizzatore, però, non è l’unico obiettivo della ’ndrangheta unitaria. A meno di dieci minuti di automobile dall’inceneritore, in contrada Lamia, insiste un altro stabilimento posto sotto sequestro. È la sede della Iam (Iniziativa Ambientali Meridionali) Spa, la società che gestisce il depuratore per conto di ben 15 comuni nella Piana di Gioia Tauro. Ricordate il caso 'Temparossa' a Potenza o la vicenda del 'canalone dei veleni' di San Ferdinando, ancora in Calabria? C’era sempre la Iam al centro di vicende torbide in odor di ecomafie. Nell’operazione 'Metauros' si evince come la stessa fosse sottoposta al giogo estorsivo dei clan; per sostenerlo finanziariamente, gli amministratori della Iam – come documentato dagli inquirenti – risparmiavano sui costi di smaltimento disfacendosi di rifiuti in modo illecito. Uno dei metodi era la trasfor-mazione illegale di rifiuti tossici in compost per usi agronomici.

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