sabato 7 dicembre 2013
Fi-Grillo, tenaglia sul Colle. Berlusconi: «Alte istituzioni non estranee a intrecci sinistra-pm». Il premier e Grasso al Colle: legge elettorale e nuovo Senato entro maggio. Ma Renzi: «Parola alla Camera. E tratto anche con Silvio».
Un colloquio preoccupato, teso. In cui Napolitano e Letta hanno condiviso l’esistenza di due scenari: fare le riforme istituzionali minime, e agganciarvi la nuova legge elettorale, oppure, se la maggioranza non prende impegni chiari, intervenire subito sulle regole del voto aprendo di fatto la corsa verso le urne. Scenario, quest’ultimo, non rasserenante. «Una nuova legge elettorale, senza aver dato risposte che il Paese attende da tempo su riduzione del numero dei parlamentari e superamento del bicameralismo, significa consegnarsi a Grillo», commentano cupi in serata da Palazzo Chigi.Insomma, il Colle e il premier chiedono a Renzi e ad Alfano di non giocare una partita tattica. Di mettere da parte interessi di bottega e stendere davvero un cronoprogramma preciso. In cui la legge elettorale non arrivi a novembre, come magari auspica il Nuovo centrodestra, ma nemmeno a ridosso delle motivazioni della Consulta, come paventato ieri in un’intervista dal ministro Franceschini che dava per scontato un ddl del governo a breve sul doppio turno (intervento non gradito da Palazzo Chigi). Ci può essere una via di mezzo concordata: una sorta di cammino parallelo tra superamento del Senato e legge elettorale a chiaro impianto maggioritario (doppio turno? Spagnolo? Tedesco? Mattarellum corretto? È tutto in divenire...), da concludersi almeno parzialmente entro maggio, entro le elezioni europee.I due si sono lasciati con la consapevolezza di dover aspettare lunedì. Quando, alla luce della partecipazione alle primarie e dall’entità della vittoria dI Renzi, si capirà se nella trattativa il sindaco è incudine o martello. Napolitano, in particolare, sembra intenzionato a voler responsabilizzare il rottamatore: l’assedio al Parlamento dell’asse Forza Italia-M5S, la tenaglia che Grillo e Berlusconi stringono ormai anche intorno al Quirinale, chiede una risposta forte «in difesa delle istituzioni». Le avvisaglie non mancano. Ieri, per la prima volta, il Cavaliere ha denunciato che «all’intreccio tra logiche politiche della sinistra e strumenti giudiziari» non sono estranei «i più alti organi di garanzia delle istituzioni». Guai se anche il neosegretario Pd si mettesse a partecipare alla gara allo sfascio.Perciò la partita tra Camera e Senato per l’attribuzione della legge elettorale è più importante di quanto sembri. Ieri al Colle è salito anche il presidente di Palazzo Madama Pietro Grasso, che l’altroieri ha invece incrociato Franceschini. Le idee sono sufficientemente chiare in tutti gli interlocutori istituzionali: «Se non c’è una maggioranza al Senato non c’è nemmeno alla Camera». Ma Renzi è d’accordo? Ieri il sindaco è tornato a chiedere che il governo resti fuori dalla partita, lasciando la palla a Montecitorio, dove sono possibili anche maggioranze alternative a quella di governo. «Tratto con tutti, anche con Grillo e Berlusconi», azzarda Renzi rilanciando l’idea del «sindaco d’Italia». Ma parte del suo partito è in disaccordo e avverte: «Così si perde solo tempo, perché poi a Palazzo Madama qualsiasi impianto cadrebbe». Il nodo istituzionale sarà affrontato da Boldrini e Grasso non appena il forzista Sisto, presidente della commissione Affari costituzionali, iscriverà la legge elettorale all’ordine del giorno. In quel momento i due dovranno sentirsi, e probabilmente Grasso chiederà tempo sino alle motivazioni della Consulta per cercare un patto nella sua Aula. Un mese circa per evitare che si sfibri l’attuale coalizione di governo e ci sia il "tana libera tutti".
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