martedì 14 agosto 2018
Il presidente Torti spiega il perché della scelta: «Gestione deficitaria e poco trasparente, che ha perso di vista le finalità dell’Uiaa», di cui il Club alpino italiano fu fondatore nel 1932
Strappo del Cai, via dall'Unione internazionale: «Solo business»

«Non vogliamo essere considerati osservatori passivi, né superficiali e, ancor meno, conniventi, di una gestione poco trasparente delle risorse e della scelta di obiettivi che poco o nulla hanno a che fare con le finalità per cui l’Unione era nata». Sono pesate ma durissime, le parole con cui il presidente generale del Club alpino italiano, Vincenzo Torti, annuncia l’uscita del sodalizio dall’Uiaa, l’Union Internationale des associationes d’alpinisme, di cui il Cai è stato socio fondatore nel 1932. Dopo 86 anni, finisce dunque il rapporto tra il nostro Club alpino e l’Unione internazionale e le ragioni della rottura sono illustrate dal presidente Torti in un lungo e documentato editoriale pubblicato sul numero di agosto di Montagne 360, la rivista mensile che arriva nelle case degli oltre 320mila associati.

La decisione di recedere dall’Unione è stata assunta all’unanimità dal Comitato centrale di indirizzo e controllo lo scorso 23 giugno e sarà operativa a partire dal 2019. Già quest’anno, comunque, i rappresentanti del Cai non parteciperanno all’assemblea annuale dell’Uiaa, convocata in ottobre a Ulan Bator, la capitale della Mongolia.

«Ormai l’Uiaa è diventata un sistema per consentire a poche, grandi aziende di fare business, utilizzando, tra l’altro, i contributi delle associazioni aderenti», sottolinea Torti, ricordando come l’adesione all’Unione costa al Cai circa 30mila euro all’anno. Risorse, aggiunge il presidente generale, «che ora potranno essere impiegate meglio per promuovere la frequentazione consapevole e rispettosa della montagna». Finalità che, da statuto, avrebbe dovuto perseguire anche l’Uiaa (oltre alla tutela dell’ambiente montano, legata soprattutto ai cambiamenti climatici e alla diffusione della pratica alpinistica tra le giovani generazioni) e che, invece, negli anni sono andate quasi del tutto scomparendo a vantaggio di altri obiettivi molto ben remunerati. «È scandaloso – ribadisce Torti – che nel bilancio 2018 siano stati previsti appena mille franchi svizzeri (valuta di riferimento dell’Uiaa, che ha sede a Berna ndr) per la “promozione” dell’alpinismo e 209mila per organizzare le Ice climbing competition, le gare di arrampicata su ghiaccio».

Il motivo lo spiega lo stesso Torti nella comunicazione ai soci: l’Uiaa ha sottoscritto un contratto di sponsorizzazione con un noto produttore di abbigliamento sportivo che, però ha preteso e ottenuto che l’intero ammontare della sponsorizzazione (200mila euro all’anno per cinque anni) sia impiegato per l’Ice climbing.
«Non solo – aggiunge Torti –: quest’attività è stata inserita anche tra le finalità statutarie dell’Unione il cui staff, pagato con i contributi degli associati, si trova, così, prevalentemente impegnato nell’organizzare ciò che serve allo sponsor che, in tal modo, riceve un ulteriore beneficio».

Osservazioni messe nero su bianco in una lettera inviata da Torti al presidente del board dell’Uiaa, l’olandese Fritz Vrijlandt e a tutte le 90 associazioni alpinistiche aderenti. «Nonostante la chiusura in perdita dell’esercizio 2017 – sottolinea Torti – nel bilancio di quest’anno è stato previsto un aumento di spesa di 41mila franchi per il solo staff, connesso a un’assunzione aggiuntiva. Il tutto – insiste il Presidente generale del Cai – con una gestione priva di trasparenza e deficitaria, improntata ad assicurare a pochi un’accogliente sede a Berna, viaggi internazionali pagati (l’ultima riunione del Management Commitee è stata convocata a Katmandu, in Nepal ndr) e contatti personali, senza progettualità che abbiano al centro l’alpinismo, la libertà di accesso, la tutela dell’ambiente montano, la formazione delle federazioni meno strutturate, l’avviamento dei giovani alla montagna e le attività di soccorso».

Da qui, la decisione «sofferta ma non più procrastinabile» di uscire dall’Uiaa. Cosa che stanno pensando di fare anche i Club alpini tedesco e austriaco che, con il Cai, rappresentano 2,1 milioni di soci su un totale Uiaa di 2,7 milioni. Per l’Unione sarebbe il colpo di grazia.

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