domenica 29 marzo 2015
A maggio riparte l'operazione finanziata dagli imprenditori Catambrone: «Senza Mare Nostrum sarà più difficile, ma salveremo altre vite». VIDEO
«Nella prima settimana di maggio torneremo in mare per salvare i migranti e raddoppieremo la nostra permanenza, anche perché senza Mare Nostrum pensiamo sia nostro dovere essere più presenti: resteremo operativi fino a fine ottobre, quindi sei mesi contro i tre dell’anno scorso». Bella, giovane e determinata. Regina Egle Catrambone è l’imprenditrice calabrese che, insieme al marito americano Christopher, l’anno scorso ha creato una piccola ong, ma dal cuore grande, interamente finanziata dalla famiglia che gestisce il Tangiers Group. La Moas (Migrant Offshore Aid Station) è nata con lo scopo di dare un primo soccorso in mare ai profughi e per questo i Catrambone hanno acquistato e approntato una nave di 40 metri, la Phoenix, di stanza a Malta, dove la coppia vive da sette anni. «Da agosto a ottobre 2014 abbiamo soccorso 3.000 migranti. Questo ci spinge a proseguire e a cercare partner perché il nostro sogno è quello di ampliare la flotta» spiega ad Avvenire Regina, intervenuta al Copeam in occasione della 22esima Conferenza annuale del network di tv euromediterranee conclusasi ieri a Malta. L’imprenditrice racconta come l’idea sia venuta a lei e al marito mentre erano in vacanza in barca a Lampedusa: «Abbiamo visto una giacca persa in mare. Abbiamo capito che anche noi dovevamo fare qualcosa. Poi, come credente, sono rimasta colpita dalle parole di Papa Francesco a Lampedusa, dal suo invito a creare ponti col Sud del Mediterraneo». Un invito accolto e sostenuto di tasca propria: otto milioni di dollari per acquistare e approntare la nave, dotarla di attrezzature mediche e di uno staff di 20 persone fra equipaggio, medici, ostetriche, soccorritori, cuochi. Oltre all’affitto di due droni di ultima generazione, gli stessi usati dalla Marina Militare italiana.
«Abbiamo investito nelle tecnologie perché sono più veloci dei mezzi via mare, in un quarto d’ora coprono una distanza che noi copriamo in diverse ore. Disponendo di due telecamere, di cui una termica che permette di captare meglio le immagini, possiamo subito renderci conto della situazione e preparare i soccorsi adeguati. Oppure, sulla base delle nostre informazioni, può correre in soccorso qualcuno più vicino». Il tutto in collaborazione con il Centro coordinamento di Roma della Farnesina, cui viene segnalata la posizione nelle acque internazionali, a cui si donano tutte le informazioni e da cui si attendono indicazioni. Ovviamente tutto questo ha un costo: «Noi non siamo miliardari e abbiamo lanciato un’operazione di crowdfunding sul sito www.moas.eu e su Facebook. Senza droni, abbiamo calcolato una spesa di 250.000 euro al mese, ma sono un mezzo essenziale. L’anno scorso abbiamo speso 800.000 euro per affittarli tre mesi». Sinora i fondi raccolti online sono arrivati a 85.000 euro, cui si aggiungeranno alcuni sponsor privati e a giorni verrà annunciata la collaborazione con una importante ong. Resta da capire cosa succederà ora che l’operazione Mare Nostrum è terminata. «L’anno scorso, su indicazione del Centro di Coordinamento, portavamo i migranti soccorsi a Pozzallo e Porto Empedocle (ne abbiamo imbarcati fino a 330 per volta), oppure li sbarcavamo sui mercantili più vicini o sulle navi militari italiane. Ora con l’operazione Triton di Frontex non sappiamo cosa succederà. Sarebbe necessario che l’Europa approntasse anche un programma di aiuti umanitari in mare e non solo di difesa dei confini».
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