martedì 8 maggio 2018
Il 6 novembre 2017 i libici recuperano 47 naufraghi - poi imprigionati e picchiati - e ostacola i soccorsi di Sea Watch, inviata dalla Guardia costiera italiana, che salva 59 persone. Almeno 20 morti
(foto Sea-Watch.org)

(foto Sea-Watch.org)

Una denuncia contro l'Italia alla Corte europea per i diritti dell'uomo (Cedu) è stata presentata da 17 migranti, tutti nigeriani, sopravvissuti al naufragio nel Mediterraneo del 6 novembre 2017 di un gommone che portava tra 130 e 150 persone. L'accusa al governo italiano è di essere corresponsabile delle gravi violazioni messe in atto nelle azioni delle navi italiane e libiche che, in questo caso, hanno portato al respingimento dei migranti in Libia. Diversi dei 47 migranti recuperati dai libici hanno raccontato di essere stati rinchiusi per un mese in condizioni di sovraffollamento, con poco cibo e e acqua, picchiati tre o quattro volte a settimana con corde e tubi. Due sono stati rivenduti a una banda che li ha torturati con l'elettrochoc per ottenere un riscatto dai familiari.

Tutta l'operazione è stata ripresa dalle telecamere della ong Sea Watch (un video ricostruisce con la grafica 3D i soccorsi) che ha tratto in salvo 59 persone. Prima e durante l'operazione di soccorso sono morte tra le 20 e le 40 persone. Le immagini mostrano la noncuranza dei libici di fronte ai migranti aggrappati al gommone sgonfio o semisommersi dalle onde. La guarda costiera libica, che operava con una delle quattro imbarcazioni consegnate dal Viminale il 15 maggio 2017, non cala il gommone, non lancia salvagenti, non scende in mare ma si limita a porgere una scaletta a chi riesce a salire e poi lancia oggetti contro i gommoni di Sea Watch. Infine riparte anche se un elicottero italiano avvisa via radio numerose volte che un migrante è fuoribordo appeso alla scaletta. Diverse persone scompaiono durante le operazionii di due gommoni. Assiste a tutto la nave miliare francese l'Her.

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A offrire supporto legale al ricorso dei migranti alla Cedu sono stati Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e dalla Global Legal Action Network, con il supporto di Arci e della Yale Law School's Lowenstein International Human Rights Clinic. Le organizzazioni hanno presentato l'iniziativa alla Sala Stampa Estera Tra i 17 ricorrenti ci sono anche i genitori di due bambini affogati durante il naufragio. «Abbiamo rivelato numerose violazioni dei diritti umani. Per tutti c'è stata la violazione del diritto alla vita, per due di loro la perdita della vita, e del diritto a non subire comportamenti disumani e degradanti», spiega l'avvocata dell'Asgi Loredana Leo durante la conferenza stampa. L'accusa sottolinea la responabilità dell'Italia nelle operazioni di coordinamento con la guardia costiera libica e le ritiene una conseguenza dell'accordo Italia-Libia firmato nel febbraio 2017 tra il governo italiano e il governo libico di Accordo Nazionale.

L'intervento del 6 novembre 2017 è stato in parte coordinato a distanza dal Centro di coordinamento marittimo della guardia costiera italiana. Dei 17 migranti che hanno presentato il ricorso, 15 sono stati portati in Italia e due in Libia nel carcere di Tajoura, dove sono stati torturati. Hanno poi accettato di partecipare ai programmi libici di cosiddetto rimpatrio volontario e sono stati riportati a Benin City, in Nigeria, loro paese di origine.

«L'Italia e l'Unione Europea, con la scelta di equipaggiare e addestrare la guardia costiera libica per attuare per procura le loro politiche di controllo dei confini - affermano i promotori dell'iniziativa - condividono le responsabilità per il tragico risultato di queste e di altre intercettazioni in mare. Mentre in Italia le ong di soccorso come Sea Watch sono criminalizzate, le loro presenze in mare rimane fondamentale per soccorrere migranti in difficoltà che sono obbligati a compiere traversate pericolose, ma anche per documentare e controllare le politiche europee di contenimento».

La Commissione europea respinge le accuse e difende l'operato del governo italiano: «Le navi europee, comprese quelle italiane, agiscono nel pieno rispetto del diritto internazionale, e secondo il principio dei non respingimenti: non riportano mai i migranti in Libia o in altri Paesi terzi», dichiara Natasha Bertaud, una portavoce della Commissione a chi chiede dell'attività dei guardacoste libici. «Ogni centro marittimo ha obbligo di coordinare il salvataggio, secondo le convenzioni internazionali - afferma - e secondo le nostre informazioni è quanto l'Italia sta facendo».





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