martedì 27 settembre 2016
​La denuncia delle associazioni dal Tavolo nazionale sull'asilo e il racconto di un giovane: sono rimasto in Italia perché non c'erano posti in aereo, nessuno ci ha detto che potevano chiedere asilo. (Luca Liverani)
Migranti, espulsioni illegali verso il Darfur
​Otto giorni in pullman, da Ventimiglia a Taranto, poi a Milano e infine Torino. Costretto a passare le notti sul sedile. Senza lavarsi, con un panino al giorno. Lui e una cinquantina di ragazzi sudanesi, fuggiti dalle violenze governative e arrivati in barcone dalla Libia fino in Italia. All’aeroporto non verrà espulso perché non ci sono posti per tutti. Finalmente riesce a fare domanda di asilo, che viene subito accolta. Alcuni dei suoi compagni sono finiti in carcere. È la storia incredibile di un ventenne del Darfur che ha rischiato di essere rimpatriato in violazione della convenzione di Ginevra, verso un regime autoritario e violento. Un’espulsione di massa, vietata dalla legge, denunciata ora dal Tavolo nazionale asilo, il cartello di diciassette organizzazioni (tra cui A buon Diritto, Acli, Amnesty International, Arci, Asgi, Caritas, Centro Astalli, Cir, Sant’Egidio, Evangelici, Msf e Save the children). «È il risultato del "memorandum di intesa" di polizia firmato il 4 agosto tra i governi italiano e sudanese – denunciano Amnesty, Arci e Asgi in conferenza stampa al Senato – mai ratificato dal Parlamento e il cui testo è segreto. Un accordo illegittimo, con un paese che viola i diritti fondamentali, dove i cristiani sono perseguitati. L’Italia si rende complice di queste violazioni. Sono state messe in atto azioni in pieno contrasto sia col Testo unico sull’immigrazione che con la Convenzione europea sui diritti dell’uomo». A raccontare la terribile vicenda è lo stesso Mohamed (nome di fantasia per evitare ritorsioni sulla famiglia in Sudan), in collegamento telefonico all’incontro con la stampa: «Sono venuto via dal mio paese perché sono perseguitato dalle forze governative. Dalla Libia sono arrivato in barcone in Sardegna, da lì a Roma e poi a Ventimiglia. Lì ce n’erano tanti come me. Eravamo in un centro della Croce rossa. Un giorno sono uscito e sono stato preso dalla polizia con una cinquantina di connazionali». Caricati su due pullman, cominciano un lungo viaggio. «I poliziotti erano sul pullman con noi. Non potevamo scendere se non per andare al bagno ogni 3 o 4 ore. Il cibo consisteva in un panino al giorno. Abbiamo dormito sul pullman. Non abbiamo visto né interpreti né avvocati. A Taranto siamo stati in un centro, tre giorni in tenda (probabilmente un Hot spot per l’identificazione dei richiedenti asilo, ndr). L’interprete non parlava una lingua a noi conosciuta. Nessuno ci ha avvertito della possibilità di fare domanda di asilo. Ci hanno fatto firmare dei fogli con la forza, una decina prima di noi costretti con dei pugni, non abbiamo capito cosa ci fosse scritto. Sempre col bus ci hanno portato a Milano e poi a Torino. A Milano un rappresentante consolare sudanese ci ha chiesto di dove fossimo. Poi a Torino il 24 agosto sono stati rimpatriati tutti con un aereo, tranne me e altri sei perché non c’erano più sedili liberi. Tra i rimpatriati alcuni erano come me del Darfur e so che due di loro sono in carcere: sono molto preoccupato per la sorte degli altri». «Questo ragazzo ha saputo della possibilità di presentare domanda di protezione solo da altre persone detenute nel Cie di Torino», spiega l’avvocato Nicoletta Masuelli che lo assiste. «All’audizione in Commissione territoriale – racconta – ha spiegato piangendo che correva il preciso rischio di essere ammazzato in caso si rimpatrio».
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