martedì 7 marzo 2017
Nel 2017 previsti 4,2 miliardi di spesa, Bruxelles ci dà 592 milioni in sette anni e spinge sui rimpatri
Caritas: si può fare accoglienza spendendo meno
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Oltre a salvare vite in mare, l’Italia deve fare i conti anche con i costi della crisi umanitaria che si riversa sulle nostre coste. Dal 2014, i migranti soccorsi sono triplicati e la spesa che l’Italia deve affrontare rischia di arrivare fino a 4,2 miliardi di euro per il 2017 (3,3 quelli spesi nel 2016). Al di là delle polemiche e delle strumentalizzazioni di una certa politica – i numeri alla mano non giustificano gli allarmismi – la gestione della presenza sul nostro territorio di ogni migrante salvato nel Mediterraneo si traduce anche in una spesa. Che scatta dal momento in cui il migrante viene salvato da un gommone affondato, prosegue sulla terraferma con la prima assistenza sanitaria, il suo trasferimento e la prima accoglienza. «Se il flusso dei migranti dovesse continuare a crescere ai ritmi attuali la spesa potrebbe salire a 4,2 miliardi (0,24% del Pil)» sottolinea il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Una cifra importante che è molto di più di quanto l’Unione Europea ci riconosce per l’immenso sforzo di Paese in prima linea: 592 milioni di euro spalmati su sette anni (dal 2014 al 2020). La cifra di Bruxelles comprende i cosiddetti costi Amif (Asilo, migrazione ed integrazione) che ammontano a 347 milioni per l’Italia, ai quali vanno aggiunti altri 188 per la gestione delle frontiere esterne e 56 per quella della sicurezza interna. Da sottolineare che l’Italia, insieme a Francia (644 milioni), Germania (626 milioni) e Grecia (509) è uno dei quattro paesi europei nella top-ten dei principali destinatari dei fondi europei. Se si conta però la percentuale dei rifugiati accolti, in testa alla classifica ci sono i paesi del Nord: dalla Svezia con 17,4 rifugiati ogni mille abitanti, alla Norvegia con 9,8, alla Francia con 4,1 alla Germania con 3,9. Mentre l’Italia è ferma a quasi 2 rifugiati (per l’esattezza 1,9) presenti sul territorio ogni mille abitanti.

Alla voce migrazione non c’è però solo la gestione del soccorso e dell’accoglienza. Il 51% dei migranti sbarcati sulle nostre coste sono 'diniegati', stranieri cioè ai quali è stata negata la richiesta dello status di rifugiato. Per 'allentare' la pressione sui territori, l’Ue spinge anche sui rimpatri. Ogni rimpatrio assistito costa alle casse italiane circa 4mila euro, fra biglietto aereo e somma elargita al capofamiglia e ai suoi familiari per il percorso di integrazione nel Paese d’origine. Di tutt’altra natura invece il rimpatrio forzato, cosa che avviene abitualmente su base quotidiana con quei Paesi con i quali l’Italia ha preso accordi – fra questi anche il Sudan –. Per questa voce le cifre non sono 'ufficiali' ma studi recenti parlano di 5 volte tanto il costo di un ritorno volontario: dai 15 ai 20 mila euro per il volo in aereo accompagnato dalle forze dell’ordine e per le autorizzazioni e il lavoro diplomatico con il Paese d’ingresso. Non tutti i fondi però che l’Italia destina all’emergenza umanitaria sembrano gestiti come farebbe un buon padre di famiglia. Il 24% di quello che il governo spende è destinato al soccorso in mare, il 56% all’accoglienza e il restante 20% alla sanità e istruzione. Per l’accoglienza – la voce più importante di spesa – ogni migrante costa alle casse italiane dai 35 ai 40 euro al giorno (soldi che naturalmente non finiscono nelle tasche del richiedente asilo, al quale viene riconosciuta una diaria giornaliera - il cosiddetto pocket-money, che va da uno a due euro). Ma il costo medio per l’accoglienza potrebbe essere abbattuto fino a 15/20 euro al giorno.

Ne è convinto Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas Italiana, appena rientrato dalla Giordania, da dove oggi arriveranno le prime due famiglie grazie ai canali umanitari della Conferenza episcopale italiana. «Con il progetto 'Rifugiato a casa mia' abbiamo dimostrato nei fatti che è possibile fare accoglienza spendendo molto meno – spiega Forti – perché c’è ancora tanto volontariato pronto a mettersi in gioco». Da Aversa a Biella, da Milano a San Giovanni Rotondo, non c’è territorio che si è sottratto a questo percorso. «È la carta vincente per integrare intere famiglie di stranieri» sostiene Forti. Ma anche il miglior modo per spendere i soldi degli italiani, se si considera che il progetto, partito da più di un anno, sta dando ottimi risultati di inclusione.

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