mercoledì 12 marzo 2014
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È già il momento della resa dei conti tra Renzi e il Pd. E il Cdm di oggi, il «grande mercoledì» del ta­glio secco alle tasse che ammazzano le buste paga dei lavoratori, diventa la sfi­da al suo partito, «al partito delle alchi­mie interne che pensa a farmi fuori men­tre il Paese è disperato». «Faremo la più impressionante operazione politica mai vista a sinistra per ridare potere d’ac­quisto a chi non ce la fa. La sinistra è do­ve si combatte la povertà», attacca il pre­mier al termine di una giornata durissi­ma, come a voler mettere una distanza siderale tra lo stato di sofferenza del Pae­se e le guerre intestine del 'suo' partito. «Ci giochiamo tutto», dice fissando ne­gli occhi il fidatissimo sottosegretario Graziano Delrio nell’ennesima riunio­ne svolta tra tramezzini e simulazioni di tagli a Irpef e detrazioni. «Ma se passia­mo il guado, loro saranno dimenticati dalla storia. Dovranno dire al Paese che non vogliono le riforme, che vogliono far cadere il primo governo che si schiera dalla parte dei più deboli, che sfida Con­findustria e Cgil». Loro sono tutti quelli che sull’onda delle quote rosa hanno provato a ribaltarlo, dai big come Rosy Bindi (e per pudore ieri Renzi non cita­va Pier Luigi Bersani) ai lettiani che - co­sì gli dicono i consiglieri che fanno la spola tra Palazzo Chigi e le Camere ­stanno preparando «trappole» al Sena­to. Di fronte a 10 miliardi sul cuneo, è la scommessa del premier, perderanno la parola. Renzi, ieri, era davvero fuori dalla grazia di Dio. Ma, com’è nel personaggio, l’af­fronto dei suoi gruppi parlamentari lo spinge ad alzare il tiro. Se era rimasto qualche dubbio sulla reale possibilità di tagliare le detrazioni sui redditi bassi, se c’erano ancora ombre sulle coperture, bene ora il premier non ha più voglia di mediare. «Il lavoro procede bene, alle 17 la conferenza stampa con i provvedi­menti: #lasvoltabuona», scrive su Twit­ter. Un gioco di parole, 'la svolta buona' del suo esecutivo contro «i giochini del Pd». Il punto è che ora, in uno scenario da guerra fredda con i democrat, non è più ammissibile che oggi ci sia solo un 'via libera' di massima su un piano di ri­duzione delle tasse, come pure filtra a tarda ora da fonti del Tesoro. Bisogna mettere sul tavolo le misure, non gene­riche linee-guida. «Le coperture ci sono, sono il doppio di quelle che useremo», fanno filtrare da Palazzo Chigi in serata. Era inevitabile che prima o poi sarebbe scoppiata la contraddizione di un pre­mier- segretario che ha gli elettori delle primarie dalla propria parte ma metà dei gruppi parlamentari contro. I primi cen­to giorni di governo serviranno a capire anche se è in grado di cambiarlo, questo Pd che ieri lo ha oltremodo irritato. Chia­ro che lui, Renzi, non molla. Vuole che le «misure-choc» lo accreditino come lea­der di una sinistra che supera senza in­dugi il Pd dei collateralismi con la Cgil, attraverso un patto trasversale che va dai giovani rampanti dell’economia e della finanza alla Fiom di Giorgio Landini. Quando stamattina si troverà di fronte il ministro del Tesoro Pier Carlo Padoan di ritorno da Bruxelles, Renzi tornerà 'sin­daco' e dirà che l’Irap può attendere. E che i soldi vanno trovati. E il titolare del­l’Economia, nonostante legittime preoc­cupazioni sui conti pubblici, sembra vo­lersi sintonizzare: «Dopo la grande crisi l’Europa guardi di più alla crescita», di­ce dopo due giorni in cui sembrava mes­so alle corde dalla retorica comunitaria e teutonica del rigore. Il momento è delicato. Alla finestra, a guardare le vicende del governo e del Pd, ci sono i tre 'grandi vecchi' della politi­ca italiana: Napolitano, Berlusconi e Pro­di. Ognuno per motivi diversi fa ora il tifo per 'Matteo'. Il presidente della Repub­blica ieri ha avuto un colloquio con Pa­lazzo Chigi, dove ha chiesto una sola co­sa: non sforare il tetto del 3 per cento, re­stare ancorati ai patti europei, consape­vole che lo sfaldamento delle riforme a­vrebbe effetti devastanti. E il premier lo ha rassicurato. Ma, inusualmente, non è salito al Colle per spiegare le misure. Mo­tivo ufficiale: l’assenza di Padoan. An­che Berlusconi si è fatto sentire con Ren­zi per blindare l’Italicum, ma a margine l’ha buttata lì: «Se fai cose buone sul fi­sco ti aiutiamo, ma non potremo farlo se metti una qualsiasi forma di patrimo­niale ». Sembra quasi un’offerta per re­plicare anche sulla politica economica l’asse delle riforme che ha costretto il Pd a digerire - per ora - la nuova legge elet­torale. Prodi non chiama Chigi, ma 'be­nedice' il premier a distanza: «Fa bene a puntare tutto sull’Irpef, il problema og­gi è la caduta del potere d’acquisto. Quando feci il cuneo c’era un’altra con­giuntura ». E in molti, in Transatlantico, vi hanno letto in controluce un patto per il Colle più alto quando Napolitano de­ciderà che è il momento di dire «stop».
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