venerdì 6 maggio 2022
VII Rapporto di Save The Children sulla fatica di essere madri. Il 42% delle donne con figli non è occupata, il 39% ha il part-time. Più servizi al Nord, ancora pochi - ma in ripresa - al Sud
Ilaria e Francesco Alesi per Save the Children

Ilaria e Francesco Alesi per Save the Children - Save the children

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Costantemente bilico tra il lavoro - fuori o in casa - e i bambini da accompagnare, riprendere, accudire. Una corsa infinita in cui nonne, baby-sitter, vicine e amiche sono sponde per rendere possibile l'impossibile e allungare le 24 ore della giornata. Eccole, le madri "equilibriste", che riescono, a prezzo di fatica e stress, nell'impresa di fare figli nel Belpaese che tanto celebra la mamma e la famiglia, ma fa ancora molto poco. Diversamente da altri paesi con meno retorica e più welfare. È l'immagine che emerge dal VII Rapporto "Le Equilibriste. La maternità in Italia nel 2022" stilato da Save The Children che indica quali sono le regioni dove essere madri è più o meno semplice. E se non meraviglia che al Settentrione gli indici siano migliori, anche se il Meridione, ancora più in basso nella classifica, è in ripresa nell'area dei servizi alla prima infanzia.

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L'Italia, insomma, non è un paese per mamme, perché sconta decenni di politiche familiari largamente carenti. La prova del nove è la condizione lavorativa femminile. Le donne in Italia rinviano sempre più in avanti la maternità (l’età media al parto da noi raggiunge i 32,4 anni) e - anche per questo - fanno sempre meno figli (1,25 il numero medio per donna). Molte devono direttamente rinunciare a lavorare a causa dei carichi familiari: oltre il 42% delle donne tra i 25 e i 54 anni con figli, infatti, risulta non occupata e il 39% con due o più figli minori è in contratto part-time.

Ampio il divario di genere, visto che i compagni delle mamme hanno valori maggiori di più di 30 punti percentuali.
Gap che si registra anche nel reddito. Già per le diplomate i salari sono sistematicamente inferiori e il divario tende ad aumentare. Il reddito mensile lordo medio stimato per i ragazzi nell’anno del diploma ammontava a 557 euro, mentre per le ragazze a 415. Alle soglie dei 30 anni, gli uomini mostrano una traiettoria salariale ancora in crescita; quella femminile, per contro, si appiattisce. Ingiustizie di genere anche nella lieve ripresa economica dello scorso anno: su 267.775 trasformazioni contrattuali a tempo indeterminato del primo semestre 2021, solo il 38% riguarda donne.

Chi non rinuncia al lavoro, spesso deve ridurre orario (e stipendio) scegliendo un contratto part-time, per oltre il 39% delle donne con 2 o più figli minorenni. Situazione che non sembra migliorare se nel primo semestre del 2021 solo poco più di 1 contratto a tempo indeterminato su 10 sono tra quelli attivati a favore delle donne. Nel 2020 più di 30 mila le donne con figli che hanno rassegnato le dimissioni, spesso per motivi familiari: nell’anno educativo 2019-2020 solo il 14,7% del totale dei bambini 0-2 anni ha avuto accesso agli asili nido finanziati dai Comuni.

Nel Rapporto poi c'è l’"Indice delle Madri" che misura l'impegno delle Regioni a sostenere la maternità in Italia. Elaborato dall’ISTAT per Save the Children, l’Indice valuta, attraverso 11 indicatori, la condizione delle madri in tre diverse aree: quella della cura, del lavoro e dei servizi. Anche quest’anno fanno meglio le regioni del Nord, in alcuni casi con valori molto più alti della media nazionale. Regioni queste, dove c’è una maggiore attenzione sulle condizioni socio-economiche delle donne ed è evidente uno sforzo maggiore nell’investimento sul welfare sociale. In testa le province autonome di Bolzano e Trento. Dietro seguono l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia, la Toscana e la Valle d’Aosta. Al contrario, le regioni del Mezzogiorno (assieme al Lazio) si posizionano tutte al di sotto del valore di riferimento (pari a 100). Basilicata (19° posto), Calabria (20°), Campania (21° ) e Sicilia (17°) si avvicendano da anni nelle ultime posizioni. Quest’anno si affianca loro la Puglia (18° posto), anche se, per tutte le regioni del Mezzogiorno, il trend globale sembra in sensibile miglioramento con un aumento di 4 punti negli ultimi quattro anni.

Netto infine il miglioramento nell'area servizi. L’indice nazionale passa da 100 a più di 107, con un miglioramento in quasi tutte le regioni. Significativa la riduzione del gap nei servizi tra Nord e Sud rispetto al 2018: la Sardegna (106,4), fa registrare un’ottima performance, superiore anche al Piemonte (106,3) per aumento dell’indice. Diverse regioni del Mezzogiorno registrano valori superiori alla media italiana, a dimostrazione dello sforzo delle regioni del Sud di incentivare i servizi della prima infanzia, fondamentali per supportare la genitorialità. La Puglia balza dal 16° al 13° posto, la Sicilia - pur guadagnando una sola posizione (dal 20° posto al 19°) - fa un balzo di ben 8 punti.

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