venerdì 13 luglio 2018
Nel 2025 ne serviranno 12mila. L'Ordine: in 15mila restano al palo. Il 35% dei dottori lascia prima del tempo per prepensionamento o per andare nel privato
Mancano i medici ma i laureati ci sono

ROMA Iproblema da arginare in futuro nella sanità italiana non sarà solo quello delle liste d’attesa per prestazioni ed interventi in ospedale. I camici bianchi potrebbero davvero diventare un miraggio in corsia se non si corre ai ripari, perché si rischia di avere quasi 12mila medici ospedalieri in meno nei prossimi otto anni. L’allarme viene lanciato dalla Fiaso, la federazione delle aziende sanitarie pubbliche, che in un rapporto dimostra come la carenza dei dottori sia in gran parte dovuta al fatto che il 35% di loro lascia il lavoro prima dei sopraggiunti limiti di età. O per i prepensionamenti di massa – che servono a riequilibrare i bilanci dei centri ospedalieri – o per andare direttamente nel più remunerativo privato. Mentre, in entrata, solo uno specializzando su quattro opta per il servizio pubblico. Secondo le proiezioni della Fiaso, infatti, da qui al 2025 complessivamente 40.253 medici compiranno i 65 anni, mediamente sufficienti per il pensionamento, ma le cessazioni saranno molte di più: 54.380. Ad andare verso la quasi estinzione igienisti (-93%), patologi clinici (-81%), insieme a internisti, chirurghi, psichiatri, nefrologi e riabilitatori che si ridurranno a loro volta di oltre la metà, anche se il maggior numero di fughe dal lavoro in ospedale, in termini assoluti, si avrà tra gli anestesisti, visto che lasceranno in 4.715 da qui ad otto anni.

Eppure, questa l’amara ammissione del segretario della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo), Roberto Monaco, ci sono in Italia «oltre 15mila laureati al palo», ovvero persone con in mano un titolo in Medicina che, «a seguito del numero chiuso, non sono riusciti ad ottenere né l’accesso ad una borsa per la specializzazione né al corso di medicina di famiglia». Insomma non possono entrare a pieno titolo nel Servizio sanitario nazionale e lavorare, aggiunge Monaco, «ma solo attendere di avere accesso a una scuola di specializzazione o al corso». Da qui le proposte lanciate dal presidente della Fiaso, Francesco Ripa di Meana, rieletto per un nuovo mandato a capo della federazione delle aziende sanitarie pubbliche ieri a Roma durante l’assemblea annuale. Per superare l’impasse, infatti, il presidente ipotizza la possibilità di inserire i medici neo-laureati non specializzati per la gestione di pazienti post- acuti, ma anche prevedere contratti ad hoc per i medici che prolunghino l’attività fino a 70 anni, considerando il superamento del limite contributivo di 40 anni. «Ma i numeri forniti dallo studio – aggiunge Ripa di Meana – più che un segnale di allarme devono rappresentare uno stimolo al cambiamento delle politiche del personale e all’innovazione dei modelli organizzativi». Anche perché l’aumento dei posti disponibili nelle scuole di specializzazione «non avrà effetti evidenti nei prossimi anni – conclude – e non sarebbe in ogni caso efficace per colmare la carenza di laureati in medicina da inserire».

Magari si può ripartire ragionando sul primo dato che salta all’occhio nel rapporto Fiaso: il primato italiano di anzianità dei nostri medici, che nel 51,5% dei casi hanno superato i 55 anni di età, contro il 10% del Regno Unito, il 20% o poco più di Olanda e Spagna, mentre Francia e Germania si collocano al secondo e terzo posto, ma con percentuali di medici con i capelli bianchi del 40 per cento. Questo perché ai molti che hanno abbandonato i loro posti per sopraggiunti limiti di età o per le più svariate ragioni, non hanno fatto seguito che poche assunzioni per via dei reiterati blocchi del turn over.

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