mercoledì 22 marzo 2017
Dal testo presentato in Parlamento, riemerge il fenomeno del sovraffollamento nei penitenziari. Tra i nodi irrisolti, anche il disagio mentale. Mattarella: la pena deve favorire il reinserimento
Mancano 10mila posti. Ma il problema non è solo il sovraffollamento

Se la 'quantità' della popolazione carceraria è tornata sotto controllo, non altrettanto può dirsi della 'qualità' della detenzione. Detenuti deresponsabilizzati, prevenzione inadeguata del disagio mentale, suicidi in aumento, scarsa attenzione alla condizione femminile. E il sovraffollamento comunque non è del tutto sconfitto, se mancano 10mila posti ed esistono ancora picchi di presenze – pur circoscritti – del 300%. Spesso proprio nelle poche e insufficienti sezioni femminili. È un panorama in chiaroscuro quello della prima Relazione al Parlamento del Garante nazionale delle persone detenute – in carceri, camere di sicurezza, centri per migranti irregolari, strutture di lungodegenza per disabili e anziani privati della capacità legale – che tra le criticità sottolinea il «limbo giuridico degli hotspot» per richiedenti asilo voluti dall’Ue.

La nuova autorità indipendente è stata istituita proprio sulla scia della sentenza del 2013 della Corte di Strasburgo che bocciò l’Italia. A illustrare il dettagliato dossier di 297 pagine il Garante Paolo Palma, alla Sala della Regina di Montecitorio con la presidente della Camera Laura Boldrini. Messaggi dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dal premer Paolo Gentiloni. Un anno di lavoro intenso, quello del Garante, che in un anno ha effettuato 80 visite in 30 istituti di pena, ma anche in un carcere militare, in istituti per minori, camere di sicurezza di Polizia e Carabinieri, centri di identificazione ed espulsione, hotspot, case famiglia per madri detenute con figli. E anche 6 voli di rimpatrio forzato in Tunisia e Nigeria e 2 sbarchi di migranti.

Sovraffollamentro entro i limiti di guardia, dunque, dopo l’'avvertimento' di Strasburgo. Nonostante gli interventi normativi che hanno ridotto il ricorso alla carcerazione, in favore di pene alternative, mancano ancora circa 10mila posti letto: «A fronte di 55.827 detenuti a gennaio 2017 (62.536 nel 2013) i posti disponibili sono 45.509». Da notare che «nel 2016 questo trend si è modificato con un leggero aumento delle presenze, che al 31 dicembre 2016 erano 54.632 e al 14 febbraio 2017 sono 55.713, con un incremento di oltre 1.000 unità. Un più 6% «da non sottovalutare». Solo 2.338 invece le detenute, il 4,2%: paradossalmente è «un elemento penalizzante perché la detenzione «è sempre pensata al maschile e le donne «rischiano di diventare invisibili », con sezioni femminili che di solito hane no meno spazi, meno strutture e meno opportunità formative rispetto agli uomini.

L’umanizzazione del carcere dunque non è «buonismo», sottolinea Boldrini. Chi sconta la pena con le misure alternative ha tassi di recidiva inversamente proporzionali a chi resta in cella: quindi «garantire diritti alle persone detenute non è altra cosa rispetto all’obiettivo di garantire la sicurezza, di rendere le nostre città le nostra società più sicure», sottolinea la presidente della Camera. Sulla stessa lunghezza d’onda il presidente Sergio Mattarella che in un messaggio sottolinea come il reinserimento dei detenuti è un dovere civile: è la Costituzione «a sancire che la pena, nel rispetto della dignità e dei diritti fondamentali, deve favorire il reinserimento sociale» e «lo Stato ha il compito di offrire una occasione di recupero: al Garante spetta di vigilare». Ma la strada è ancora lunga, se le buone pratiche e le eccellenze nel Paese si alternano a situazioni degradanti. Il garante Palma fa notare come il sistema spesso vittimizza e non promuove la «responsabilizzazione».

Basta pensare al «linguaggio per i 'mai adulti'» usato in carcere: «spesino», «scopino», «rattoppino», e poi ancora «mercede», «lavorante» o «sopravvitto ». Il linguaggio penitenziario, lingua estranea al mondo esterno, «contribuisce a rendere più difficile il percorso di reinserimento delle persone». Non un gergo dei detenuti, ma parole normalmente utilizzate dagli operatori penitenziari (direttori, funzionari, psicologi, polizia penitenziaria) e dalla magistratura di sorveglianza. «Il linguaggio - sottolinea - è solo una delle manifestazione della tendenza ad attivare processi di infantilizzazione nelle persone detenute», e «tale sistema spinge a vivere ogni rifiuto come un sopruso, alimentando un atteggiamento di vittimizzazione e un senso di ingiustizia subito: l’esatto contrario del processo di assunzione di responsabilità». Problematico il capitolo del disagio mentale. Nelle sue visite il Garante ha riscontrato «l’isolamento di persone di difficile gestione» e «celle lisce», cioè prive di suppellettili in modo da minimizzare i rischi di atti di autolesionismo. Una prassi che in «molti, troppi, istituti, scarica su personale non medico, la gestione di situazioni che richiedono competenza e responsabilità medica». Gli episodi di autolesionismo sono stati 8.540 nel 2016 e 1.262 solo da inizio 2017 al 25 febbraio. Ancora più allarmante il dato sui suicidi. Nel 2016 sono stati 40 e già nei primi due mesi del 2017 ben 12.

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