giovedì 14 gennaio 2021
Non esiste un censimento ufficiale dei Sars CoV-2 presenti dall’inizio della pandemia nel nostro Paese. Dalla variante inglese, che colpisce i giovani, a quella sudafricana, ecco la situazione
Lo studio sulle sequenze del virus. Dal Brasile l'ultima mutazione
COMMENTA E CONDIVIDI

«Che virus circola in Italia? Quali mutazioni girano oggi? La inglese? La sudafricana? La giapponese? O magari un’altra tutta italiana di cui neppure conosciamo l’esistenza? La verità è che nel sequenziamento dei genomi virali procediamo in ordine sparso, non esiste un censimento ufficiale dei Sars-CoV2 presenti dall’inizio della pandemia nel nostro Paese, manca completamente una cabina di regia che coordini le azioni e metta in comune le conoscenze. In pratica è una Babele». Stefano Toppo, professore presso il Dipartimento di Medicina molecolare all’Università di Padova, è uno dei massimi esperti in bioinformatica, la scienza che applica alla biologia la moderna tecnologia computazionale. Per intenderci, il suo team sequenzia pezzo per pezzo i trentamila 'mattoncini' che costituiscono il programma (genoma) con cui il virus fa il suo mestiere di infettarci e ne spia l’evoluzione, pronto a braccare ogni nuova mutazione.

Contro la 'babele' istituzionale scende in campo la task force
degli scienziati. Il team del professor Toppo, a Padova,
fotografa i 'mattoncini' del genoma
Ma il nostro Paese è in forte ritardo



La variante inglese: chi l'ha vista?

Sono loro le sentinelle in questa guerra contro il tempo, che vede da una parte la corsa nel vaccinare più popolazione possibile, dall’altra l’incubo che il virus muti rendendo inutilizzabile il vaccino. «Eppure in Italia c’è un’improvvisazione che mai avrei immaginato – denuncia Toppo – , l’Inghilterra dall’esordio del Covid ha già prodotto 150mila sequenze del genoma e le ha rese disponibili alla scienza, l’Italia ne ha prodotte poco meno di duemila. O forse sono di più... il problema è che non sono ancora pubbliche e quindi non sappiamo dove consultarle». In tutto il Paese abbiamo bioinformatici e virologi che quasi in forma volontaristica sequenziano i genomi del virus su singoli pazienti infettati, ma «ciò che manca del tutto è una task force che lavori con un programma coordinato e metta subito in comune i dati epidemiologici. Quando sequenziamo a fini scientifici possiamo anche rilassarci, ma se il fine è di sorveglianza la rapidità è vitale». Quanto ciò sia grave è evidente, con un virus impegnato, come tutti i virus, a riprogrammarsi per vanificare i suoi nemici: i farmaci e i vaccini. Ad esempio la va- riante inglese, del 70% più contagiosa di quella precedente, è già arrivata anche in Italia, ma quanto è presente? È sporadica o già prevalente? «Dovremmo saperlo con la massima urgenza, ma non ne abbiamo i mezzi» continua il bioinformatico, che spiega: «Qualcuno ha detto che l’anomalo picco di contagi rilevati da settimane in Veneto potrebbe derivare proprio dalla variante inglese, ma l’ipotesi non è suffragata da evidenze scientifiche, perché su 5 milioni di veneti sono stati sequenziati interamente 200 genomi in tutto».


L’Inghilterra dall’esordio del Covid ha già prodotto
150mila sequenze del genoma
e le ha rese disponibili alla scienza,
l’Italia ne ha prodotte poco meno di duemila



La task force dei virologi

Insomma, pirandellianamente si recita a soggetto. Se però ciò accade a livello istituzionale, con zero organizzazione e fondi ridotti all’osso (contro i 20 milioni di sterline investiti dall’Inghilterra), alcuni scienziati sono corsi ai ripari: «Ci siamo già riuniti più volte – svela Toppo, chiamato a far parte della squadra di studiosi coordinati da Massimo Galli, direttore di Malattie infettive al Sacco di Milano –, consci di quanto sia urgente creare un network per sorvegliare un virus tanto imprevedibile. Dal Nord al Sud, siamo persone che finora hanno fatto sequenziamenti per buona volontà, senza veste ufficiale, utilizzando fondi di ricerca personali e donazioni private. Ora anche l’Istituto Superiore di Sanità e il Comitato tecnico scientifico scoprono l’importanza di tracciare la circolazione del virus e fare una mappatura delle varianti, non solo con le strutture regionali preposte allo scopo ma anche con l’aiuto fornito dalle strutture di ricerca universitaria». Con i fichi secchi, però, non si fanno le nozze, e nemmeno un lavoro che richiede competenze non comuni e risorse adeguate. «Presenteremo presto un progetto di finanziamento e lavoreremo a testa bassa a un’anagrafe dei genomi completa di tutti i dati. Tempo da perdere non ce n’è più».

Anche perché, lo abbiamo detto, se il virus riuscisse a mutare più di quanto non abbia fatto finora, potrebbe aggirare vaccini e farmaci. «Le cito l’esempio della malaria, causa ogni anno di milioni di morti – continua lo scienziato –. Ogni volta che si introduceva un farmaco antimalarico l’efficacia svaniva presto, perché subito spuntava un nuovo ceppo divenuto resistente al medicinale». La stessa cosa è avvenuta nella lunga guerra al meningococco: «Ad ogni vaccino seguiva una variante del batterio, cui seguiva un nuovo vaccino... Il fatto è che morto un re se ne fa un altro, un batterio ferito si riorganizza». Il pericolo che questo avvenga anche con il Covid c’è. «In teoria la campagna vaccinale doveva avvenire a contagi azzerati o quasi, invece stiamo procedendo durante una circolazione elevatissima del virus e questo è rischioso. Ormai possiamo solo cercare di correre più di lui ed eliminarlo prima che si inventi una mutazione anti vaccino». La bella notizia è che non è così facile che questo avvenga: «La proteina Spike, praticamente il gancio con cui il virus va all’arrembaggio delle nostre cellule, è costituita da una collana di oltre mille 'perle' (gli amminoacidi) raggomitolate a formare una punta (le ben note punte rosse che vediamo sulla superficie sferica del coronavirus). Le 'perle' più esposte sono quelle intercettate dagli anticorpi e solo alcune di queste risultano modificate nelle varianti inglese e sudafricana, quindi il vaccino per ora resta valido». Ma non è detto che ci vada sempre bene. Anzi, la notizia brutta, recentissima, è che è apparsa anche una variante giapponese/brasiliana molto preoccupante perché, come e più di quella sudafricana, mostra i primi seri tentativi del virus di sfuggire al controllo del sistema immunitario.Dilagata in Brasile, purtroppo è già stata isolata in quattro turisti brasiliani che si trovavano in Giapppone, ma potrebbe già essere presente anche in Gran Bretagna (si attendono conferme dai sequenziamenti).


La variante brasiliana/giapponese preoccupa perché,
come e più di quella sudafricana,
mostra i primi seri tentativi del virus di sfuggire
al controllo del sistema immunitario
«Ma il lavoro di squadra può aiutarci»



Che fare allora? Di nuovo, l’unica salvezza ci verrebbe da una solida struttura di sequenziamenti. «Se l’epidemia riprende in presenza di vaccinazione, il nostro lavoro ci permette di correre ai ripari. Per fortuna i vaccini Pfizer e Moderna sono un’arma duttile e il sequenziamento ci aiuta ad aggiustare il tiro. La tecnologia a Rna Messaggero (mRna) di Pfizer e Moderna, infatti, consente di modificare rapidamente il vaccino: è una tecnologia che per la prima volta non inocula una parte del virus da combattere, ma invia al nostro organismo un messaggio con le istruzioni per costruirsi lui stesso la proteina Spike, in modo da creare gli anticorpi per bloccarla quando dovesse arrivare il vero virus». Insomma, se davvero la variante giapponese risultasse resistente al vaccino ora in uso, basterebbe modificare solo il messaggio di istruzioni, «ma per farlo dobbiamo avere la sequenza che ci dice cosa cambiare». E c’è un altro motivo per cui la task force è fondamentale per il nostro futuro: non si sa per quanto tempo il vaccino ci renderà immuni, presumibilmente si dovrà fare un richiamo annuale «come per l’influenza stagionale: si vede quali ceppi circolano e si produce il vaccino ad hoc »... Utopia, per il momento, visto che in realtà «dobbiamo ancora fare le sequenze sul virus prevalente che circola adesso».

Immunità di gregge? Il problema degli under 16

Anche tanti dubbi che fanno presa sulla gente troverebbero risposta se avessimo un flusso coerente di informazioni. Uno tra tutti, il sospetto (infondato) che i vaccini a Rna Messaggero possano modificare il nostro Dna. «Come ho detto, con questa fenomenale tecnica di ingegneria genetica il nostro organismo è indotto esclusivamente a costruirsi la proteina Spike del virus, che da sola non è in grado di infettarci: in battaglia, il solo gancio non fa un arrembaggio se dietro non c’è la nave». Insomma, l’unica forza di persuasione contro ogni diffidenza è una comunicazione seria e trasparente, anche perché – avverte Toppo – per tornare entro autunno alla normalità non basta che si vaccini il 70% degli italiani adulti, come si dice, ma molti di più: «Gli under 16, infatti, non ricevono la profilassi e sono loro ad avere più contatti, tra scuola, feste e assembramenti, com’è giusto che sia alla loro età, così anche se hanno sintomi molto ridotti tengono in circolazione il virus, che pian piano potrebbe malauguratamente imparare a farcela. Speriamo, più avanti, di avere vaccini testati per i ragazzi». Perché, non scordiamolo, la variante inglese, sempre più diffusa nel mondo, colpisce facilmente anche i giovani.

© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI

ARGOMENTI: