sabato 24 ottobre 2020
Stanotte scatta il periodico cambio dell’ora, soluzione adattissima per le coordinate degli italiani. Ma gli europei del Nord e dell’Ovest hanno ottime ragioni per volersene liberare
"Zeitfeld", il "campo del tempo": istallazione dell'artista tedesco Klaus Rinke a Duesseldorf in Germania, 23 ottobre 2020

"Zeitfeld", il "campo del tempo": istallazione dell'artista tedesco Klaus Rinke a Duesseldorf in Germania, 23 ottobre 2020 - Ina Fassbender/Afp

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Stanotte alle 3 si torna all’ora solare e la lancette dovranno tornare indietro di un’ora. Per chi ha abbandonato il vecchio orologio e si è affidato all’orario del telefonino arriverà, come ogni marzo e ottobre, l’ineluttabile e fastidioso momento della “verifica”, quello in cui si cerca un orologio di sicura affidabilità per accertarsi che lo smartphone si sia davvero aggiornato da solo.

I vantaggi e gli svantaggi del cambio dell’ora sono gli stessi di ogni anno: con il ritorno all’ora solare “dormiamo un’ora in più” (anche se gli effetti positivi del maggior riposo si esauriscono in qualche giorno) e arrivano prima sia l’alba che il tramonto. Potrebbe essere la penultima volta che siamo costretti a cambiare ora per legge. Nel 2018 la Commissione europea aveva avviato i lavori per eliminare il cambio di ora, idea sostenuta dall’84% dei 4,6 milioni di cittadini che avevano partecipato a un sondaggio sull’argomento. Bruxelles nei suoi comunicati sottolineava quell’84% per mostrare quanto fosse compatto il sostegno popolare per la proposta elaborata negli uffici di Rue de la Loi. La Commissione, che era quella guidata da Jean–Claude Juncker, aveva però evitato di affrontare l’aspetto più divisivo della questione: se l’ora deve essere una sola, quale deve essere? Bruxelles non ha risposto, lasciando a ogni Paese la libertà di scegliersi l’ora che preferisce «secondo il principio di sussidiarietà». La libertà concessa ai governi nazionali non esclude scenari dall’aria un po’ caotica: potremmo trovarci improvvisamente in una situazione di cambio di fuso orario, per esempio, tra Francia e Spagna da un lato e Italia e Germania dall’altro.

Lo stallo legislativo a Bruxelles

La prima proposta della Commissione indicava il 2019 come anno in cui prendere una decisione finale. L’obiettivo era troppo ambizioso. Solo a marzo del 2019 è arrivato il voto del Parlamento europeo, che a larga maggioranza ha approvato una risoluzione legislativa a favore della propo- sta di abolizione del cambio di ora. Quel testo indica il 2021 come anno in cui ogni Paese dovrà decidere che orario adottare e apre già a una proroga della scadenza al 2022. Il cambio d’ora ha buone probabilità di sopravvivere anche oltre quella data. Il Consiglio dell’Unione europea deve ancora prendere posizione per poi avviare i negoziati con il Parlamento e quindi offrire la decisione finale alla Commissione. La trattativa tra i capi di Stato e di governo dei 27 sembra essersi arenata, e oggettivamente nel bel mezzo della seconda ondata della pandemia le urgenze sono altre. L’ultima volta che i ministri ne hanno parlato a Bruxelles è stato lo scorso dicembre, in una riunione del Consiglio per i Trasporti, le Telecomunicazioni e l’Energia sotto la presidenza finlandese.

Quelle giornate infinite nel Nord Europa

Non è un caso che la Finlandia sia tra i Paesi che più spinge per scrollarsi di dosso l’obbligo di regolare gli orologi due volte all’anno. La divisione europea su questo tema è letteralmente geografica. L’irrisolvibile problema di fondo è che ogni luogo ha diverse ore di luce e di buio a seconda delle sue coordinate geografiche. Il ritmo dell’alternanza tra luce e buio resta stabile durante l’anno più si è vicino all’equatore, mentre spostandosi verso Nord o verso Sud l’alternanza aumenta fino a farsi drastica verso i poli. In Europa, le capitali più a Nord come Riga, Stoccolma ed Helsinki hanno giornate invernali dove il sole si vede per anche meno di sei ore e giornate estive in cui c’è luce per diciannove ore. Dal loro punto di vista, l’ora legale che “fa vivere” un’ora di sole in più ha il sapore di una provocazione. Non per noi, che viviamo un’alternanza più equilibrata, dove le “giornate lunghe” d’estate hanno al massimo quindici ore di sole e quelle brevi invernali ci regalano comunque luce per nove ore e mezza. Durante il suo semestre di presidenza, il governo Finlandese ha messo a disposizione uno strumento (un foglio di calcolo editabile che può scaricare chiunque) per calcolare quante ore di luce e di buio si hanno durante le “ore attive” nei diversi scenari e nelle diverse capitali e che impatto potrebbe avere un’ora “unica” nei vari Paesi. Oggi Helsinki ha 227 giorni all’anno in cui il sole tramonta dopo le 18, se potesse passare all’ora solare “fissa” queste giornate “lunghe” salirebbero a 250. Madrid, invece, ha oggi 314 giorni in cui il tramonto arriva dopo le 18, ma avrebbe tramonti dopo le 18 tutto l’anno se vivesse con un’ora legale perenne.

L’orario innaturale di Spagna e Francia

La geografia è quella, non si cambia. Il passaggio tra ora legale e ora solare – introdotto in alcuni Paesi più di un secolo fa – non può modificare l’equilibrio tra luce e buio, però altera l’ora di alba e tramonto e questo incide sulla vita quotidiana di noi europei. Qui emerge la seconda “divisione” geografica tra popolazioni costrette a vivere il tempo in modo diverso: quella tra l’Est e l’Ovest. Il territorio dell’Unione europea è compreso tra il 9° meridiano est e il 33° meridiano ovest e comprende tre diverse “zone temporali”: quella con l’orario di Greenwich, meridiano di riferimento internazionale, di cui fanno parte Irlanda e Portogallo; quella dell’Europa centrale, che comprende 17 Paesi – Italia compresa – e che è un’ora avanti rispetto al Greenwich Mean Time; quella dell’Europa orientale, che è avanti di un’altra ora e comprende otto Paesi: i tre del Baltico, la Grecia, la Romania, la Finlandia, la Bulgaria, e Cipro. I problemi sono all’interno dell’Europa centrale. O, meglio, alle sue estremità. La spagnola La Coruña, che è a pochi chilometri dall’Atlantico, e la slovacca Košice, vicina ai confini con l’Ucraina, hanno lo stesso orario, ma a Košice alba e tramonto arrivano in media quasi due ore prima che a La Coruña. Come hanno notato gli analisti del Parlamento europeo, nei fatti Spagna, Francia e Belgio hanno adottato un orario innaturale. Dal punto di vista geografico le loro popolazioni vivono un’ora avanti rispetto al loro “tempo solare”. Lo spostamento in avanti di un’ora a cui sono costretti ogni marzo esaspera questo sfasamento. Si spiegano soprattutto così gli strani orari spagnoli, le loro cene alle dieci di sera e la “siesta” irrinunciabile del primo pomeriggio. Quando lo spagnolo attacca a lavorare alle 9, il suo orologio solare segna le 8, se non le 7 quando c’è l’ora legale. Il fatto che questo disagio temporale coinvolga anche il Belgio, Paese che ospita le principali istituzioni europee, aiuta anche a capire perché questo tema sia così sentito dagli eurolegislatori.

L’Italia e la voglia di non cambiare nulla

Visto da Roma, che ha la fortuna di trovarsi nei pressi del centro del fuso orario “terreno” dell’Europa centrale, il disagio rispetto al cambio dell’ora può risultare incomprensibile. Nel position paper sulla questione che l’Italia ha consegnato al Consiglio europeo, il governo ha spiegato che per noi la scelta migliore sarebbe quella di mantenere l’attuale sistema di cambio dell’ora. Un sistema che dà anche vantaggi economici non enormi ma nemmeno trascurabili. Terna, la società che gestisce la rete elettrica, calcola che nei 7 mesi di ora legale l’Italia ha potuto risparmiare quest’anno 400 milioni di kilowattora di elettricità, pari al consumo medio annuo di circa 150mila famiglie. In euro, sono 66 milioni di spesa in meno. In termini ambientali, è un taglio di 205mila tonnellate di emissioni di CO2 . Risparmi di spesa e di gas serra che, di questi tempi, non sembra il caso di buttare via.

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