martedì 12 febbraio 2019
il prezzo offerto per un litro di latte di pecora non riesce a coprire i costi di produzione. Le accuse di “cartello”, la paura di concorrenza sleale dalla Romania. «Serve un confronto»
I quattro livelli su cui si snoda la filiera penalizzano gli allevatori: un chilo di pecorino romano viene venduto nei supermercati a livelli 4 volte superiori rispetto ai ricavi degli allevatori

I quattro livelli su cui si snoda la filiera penalizzano gli allevatori: un chilo di pecorino romano viene venduto nei supermercati a livelli 4 volte superiori rispetto ai ricavi degli allevatori

Una filiera difficile, un settore in crisi. Dietro le proteste di questi giorni scatenate dai pastori sardi, c’è un comparto prezioso ma fragile che sta cedendo sotto i colpi delle logiche industriali e di mercato. Il succo della questione è semplice: il prezzo offerto per un litro di latte di pecora non riesce a coprire i costi di produzione. Da qui la discesa in strada degli allevatori e le barricate degli industriali.

Sono quattro i livelli-chiave su cui si snoda la filiera.

1) il primo è la produzione nelle stalle, con gli ormai noti 60 centesimi offerti dall’industria agli allevatori

2) il secondo livello riguarda il conferimento del latte nei caseifici, per la lavorazione del formaggio.

3) A quel punto, il processo si chiude con la vendita all'ingrosso o al dettaglio.

4) Un passaggio di non poco conto coinvolge la grande distribuzione. I supermercati hanno una massa critica sufficiente da potersi permettere di comprare direttamente dal caseificio, saltando gli altri passaggi.

In cifre, fissato a 15 euro al chilo il prezzo di vendita del pecorino romano al consumatore finale, quanto incassano i vari livelli? In media, il supermercato incassa più di 4 volte rispetto ai ricavi dei pastori, che prendono 3,6 euro in tutto (60 centesimi per i 6 litri di latte necessari per un chilo di pecorino).

Un commerciante all’ingrosso vende invece a 6 euro, quasi il doppio rispetto al produttore. I costi in più da considerare riguardano le spese di trasporto, confezionamento e pubblicità. I produttori chiedono almeno 90 centesimi ogni litro per riuscire a sopravvivere. A dare man forte anche l’Ismea che in febbraio ha rilevato un prezzo di 60 centesimi/litro (Iva inclusa) e di 62 a gennaio corrispondenti a 56 centesimi Iva esclusa. «Nello stesso mese i costi di produzione Iva esclusa hanno raggiunto i 70 centesimi/litro». Risultato? «Un margine negativo per i pastori di 14 centesimi/ litro».

La situazione della filiera è poi resa ancora più incandescente dalla presenza, secondo gli agricoltori, di un 'cartello' di industriali, ma soprattutto dall’arrivo di sospetti camion con latte dalla Romania. Il 'cartello' è in particolare nel mirino degli allevatori. «Le remunerazioni offerte – dice infatti Coldiretti – non sono solo indegne ed offensive per i pastori, ma anche illegali». I coltivatori tirano in ballo le norme sulla concorrenza che vietano «qualsiasi comportamento del contraente che, abusando della propria maggior forza commerciale, imponga condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose » comprese quelle che prevedono «prezzi particolarmente iniqui o palesemente al di sotto dei costi di produzione».

Gli industriali si difendono e spiegano. «La situazione in cui versa il comparto è davvero preoccupante: momenti difficilissimi, dovuti ad una serie di cause concomitanti». Stando ad Assolatte, nell’ultima campagna la produzione di latte e di Pecorino sono cresciute (del 1015% la prima e del 24% la seconda), mentre i consumi interni sono diminuiti e le esportazioni sono crollate del 44%. Oltre a questo, gli industriali nel 2018 avrebbero pagato il latte «ad un prezzo ben superiore a quelli medi regionali». Da qui la decisione: tagliare i costi. Ma per Assolatte non è solo colpa del mercato.

«Da tempo – spiegano gli industriali – abbiamo chiesto di lavorare ad un tavolo nazionale dedicato al settore ovicaprino dove chiederemo alla politica di fare la sua parte». «Quanto sta accadendo in Sardegna sulla questione latte, con blocchi e incursioni, è inaccettabile. È giusto ascoltare le ragioni di tutti, ma è prioritario, soprattutto nei momenti di crisi, salvaguardare l’interesse generale e di tutta la filiera produttiva » ha fatto eco Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria per l’Europa, commentando le proteste dei pastori sardi per il calo del prezzo del latte di pecora. In attesa della politica, comunque, ieri si è aperto anche un altro fronte: ad agitarsi, ha fatto notare Confagricoltura, anche gli allevatori del Lazio cioè della seconda regione per latte prodotto.

© Riproduzione riservata

ARGOMENTI: