venerdì 9 marzo 2012
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Gli argini cominciano a prendere forma: fermare «Azzardopoli» si può, e cresce il numero di chi pensa che si deve. La ruota della fortuna è andata ormai fuori giri e, anche fuori di testa, per i numeri che dà e che mettono i brividi: ottocentomila malati, 76 miliardi in fumo tra l’una e l’altra puntata al grande supermarket, aperto notte e giorno, via etere o via web, o più semplicemente nella via sotto casa, con sale giochi, bar e tabacchi come tanti piccoli casinò spalmati sul territorio.C’era una volta il lotto. C’è ancora, ma quanta erba cattiva è cresciuta, nel frattempo, tutt’intorno. Videopoker, slot- machine, gratta-e-vinci in tutte le salse, schedine e scommesse di ogni risma, e il tormentone ricorrente dell’uscita del jackpot: la pantomima di un enorme parco-giochi con la maschera (e l’anima) dell’orco dove sull’altalena può salire ed essere sballottata la vita, e dove gli scivoli non rappresentano altro che orrendi precipizi. Una giostra perfida e avvelenata, che fa girare senza sosta il turbine di una serie di drammi personali e sociali, di fronte ai quali il tempo della crisi diventa un paradossale incentivo: non si bada a spese (e, troppo spesso, a debiti) nella ricerca di un «colpo di fortuna» sperabilmente risolutivo.Sono colpi che, come troppe tristi esperienze dimostrano, non vanno mai a vuoto, perché avvicinano il baratro della rovina e allargano il fronte di una dipendenza psicologica che ha molto a che fare con la schiavitù. Mettere i bastoni tra la ruote di questo infernale ingranaggio appare sempre più come un dovere civico da assolvere. È ciò che sta avvenendo, come in questi giorni Avvenire – nel pieno di una campagna stampa incisiva e rigorosa – è riuscito a testimoniare, ponendo un elemento di conforto al cospetto di storie che incessantemente portano alla ribalta tutt’altro: famiglie buttate alle spalle, l’usura accolta come ancora di salvataggio, il riciclaggio visto come una normale partita di giro.Gli argini che s’intravvedono non sembrano poi di fango, visto che strati forti e solidi avevano già preparato il terreno, a chi compete di impedire che i tentacoli di «Azzardopoli» continuino a prendere per il collo una società già afflitta da troppe emergenze. Le motivazioni più profonde, ribadite ancora mercoledì («un problema grave che dissangua le persone e dissocia le famiglie»), erano venute dal cardinale Bagnasco; parole non cadute nel vuoto tanto da scuotere prima uomini di governo – il ministro Riccardi, per il bando della pubblicità’ del settore, il titolare della Sanità Balduzzi («ludopatia nell’elenco delle patologie») – e poi l’esecutivo nel suo insieme. Ma non solo: ha fatto sentire la sua voce il presidente del Senato Schifani e il mondo della politica si è reso complessivamente conto di trovarsi di fronte a una vera emergenza. Si può mettere mano alla ripresa del Paese anche da un fronte come questo, che consente più di ogni altro di rinserrare le file e fare quadrato. I segni importanti già venuti allo scoperto indicano la formazione di schieramento ben compatto e motivato, consapevole di dover scendere su un terreno insidioso, tale da mettere alla prova e imporre scelte tutt’altro che agevoli. Scelte che costano prezzi di ogni tipo non esclusi quelli economici; e sul doppio fronte degli investimenti per le cure e dei mancati guadagni, visto che lo Stato come biscazziere non se la passa male. Fare solo e soltanto i conti, però, può essere a volte il peggiore degli azzardi. Da questa strada cieca, il governo – proprio questo che i conti s’è impegnato a tenerli a posto – sembra sapersi tenere lontano e, anzi, l’impressione è ora quella di un’offensiva che si appresta a cogliere nel segno. Questa sì, sarebbe una buona scommessa da vincere.
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