venerdì 6 dicembre 2013
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Sono ore di riflessione. Enrico Letta non vuole assume­re impegni pubblici prima del voto di fiducia di mer­coledì prossimo. Martedì, il giorno prima, vedrà Renzi, gli chiederà di trovare un accordo sulla legge elettorale prima nel perimetro della nuova maggioranza, anche delegando la ste­sura del testo di base al governo e non sottoponendo la rifor­ma agli scatti d’umore di Montecitorio. Poi a ruota il premier vedrà gli altri leader.
Non ci sarà una riunione plenaria, sarà Let­ta in persona a trarre la sintesi su riforme e regole del voto. Ma un orientamento, il premier, sembra già averlo: inutile la battaglia di religione tra Camera e Senato su chi deve supera­re il 'proporzionale' riscritto dalla Consulta, prima bisogna leggere le motivazioni della Corte costituzionale e dopo aprire il tavolo. Dire mercoledì verso quale modello si tende è inuti­le. Invece, nel discorso della fiducia è essenziale tratteggiare con precisione la riforma del bicameralismo, che abolisce il Se­nato elettivo e porta con sé una sostanziosa riduzione del nu­mero dei parlamentari.
Il ddl è pronto, non appena Forza Ita­lia si tirerà fuori dalla riforma dell’articolo 138 il Cdm passerà all’azione. Ma sul cronoprogramma serve la vidimazione del sinda­co di Firenze. Due le esigenze da mettere insieme: la fret­ta di Renzi contrapposta alla prudenza del Nuovo centro­destra. «Ora la legge di salvaguardia c’è, possiamo riflette­re », ha detto il ministro delle Riforme Quagliariello. «Non è vero che abbiamo aperto al doppio turno», ha aggiunto Alfano volendo allontanare l’ipotesi di un accordo a stret­to giro.
La paura di Ncd è che fare la riforma a breve tenga aperte per Renzi le finestre di voto di marzo e giugno. Letta si mette nel mezzo: la sua idea è approvare la legge elet­torale entro maggio, prima del semestre europeo e ancoran­dola alle riforme istituzionali, assicurando allo stesso tempo che l’orizzonte del governo resta il 2015, senza dilazioni. Ma se an­che Renzi sottoscrivesse un accordo del genere, quale legge po­trebbe nascere? Letta nel discorso d’insediamento di aprile ac­cennò al Mattarellum, ma lungo questi mesi ha espresso sim­patie anche per il doppio turno francese e per la flessibilità te­desca, che consente larghe intese in caso d’emergenza. Il di­scorso è complesso: con Grillo al 20 per cento, ragiona il pre­mier in queste ore, è inutile parlare di «certezza del vincitore nella sera del voto», come insiste a dire Renzi.
La parola d’or­dine è «bipolarismo non muscolare», che vuol dire non ob­bligato, non senza alternative. E la premessa di una nuova leg­ge elettorale maggioritaria è un’azione politica che trasformi «il voto di protesta in voto di proposta»: un’azione che passa per l’abolizione delle Province e del finanziamento pubbli­co dei partiti, per un’azione incisiva in Europa e un piano «a sorpresa» di politica industriale che il premier illustrerà mer­coledì (insieme ad interventi «equilibrati e senza tabù» su pubblica amministrazione e giustizia). Il discorso per le Ca­mere sarà impostato oggi e poi chiuso martedì sera. In mez­zo, sabato e domenica, ore di riposo e passerella ai gazebo delle primarie Pd a Testaccio.
Tutto ciò vuol dire che il doppio turno non ha spazi? I lettiani non danno questa chiave di lettura: «Nessuno è più 'bipolare' di Enrico, l’approdo alla fine sarà quello, ma con tempi e mo­di tranquillizzanti per Alfano». Ma bisogna aspettare Renzi. Per il momento le reazioni dal suo entourage sono freddine: «Co­sa c’è da aspettare ancora?». E lui, il rottamatore, in giornata è apparso agguerrito: «La politica non tocca più palla, i giudici decidono sulla legge elettorale, sul metodo Stamina, su Berlu­sconi... Con le primarie cambia tutto».
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