domenica 10 novembre 2013
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La morte di un leader della milizia di Misurata scatena a Tripoli una rappresaglia armata che provoca vittime, terrore nella popolazione, instabilità e rievoca d’improvviso il fantasma della guerra civile. Nelle stesse ore a Bengasi un’autobomba uccide un ufficiale delle forze di sicurezza e il figlioletto di due anni mentre nella stessa area cadono un magistrato e due militi a un posto di blocco.
Sono scene di ordinaria violenza in una Libia dove nessuno è sceso in piazza a commemorare il secondo anniversario della caduta di Muhammar Gheddafi e dove il governo centrale si rivela un ectoplasma impotente, così fragile ed evanescente che esattamente un mese fa lo stesso premier Ali Zeidan era stato prelevato all’Hotel Corinthia da un commando di uomini armati e tenuto per ore sotto sequestro in una sorta di prova di forza da parte delle onnipotenti milizie. Le stesse che un tempo si battevano fianco a fianco per rovesciare il regime del colonnello e che ora si disputano aree d’influenza e di privilegio, feudi e piccoli signorie dove è facile sostituirsi allo Stato che non esiste, al potere centrale che non è in grado di far sentire la propria voce e che peraltro stipendia e finanzia – o per meglio dire è costretto a stipendiare e finanziare – i miliziani armati di Zintan, di Tripoli, di Bengasi, di Misurata.
 L’immensa riserva di idrocarburi farebbe di questo immenso e disabitato Paese una nazione ricca quanto il Qatar e gli Emirati del Golfo (una affluent society, per dirla con John Kenneth Galbraith), con un reddito pro capite che, se equamente distribuito, porterebbe i sei milioni di libici a livelli di benessere superiori alle classi più agiate del Libano o del Kuwait. Ma la produzione è in drastico calo per la persistente insicurezza attorno agli impianti. Pochi giorni fa l’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni ammetteva che il terminal di Mellitah, da cui si diparte il gasdotto Greenstream che raggiunge la Sicilia, stava per interrompere le esportazioni verso l’Italia in quanto sotto attacco da parte di frange violente di manifestanti, una replica a poca distanza dal minacciato blocco dei terminali della Cirenaica a opera di un giovane ex-rivoluzionario, Ibrahim al-Jathran, passato ora a guidare una milizia di 17mila uomini che ai autoproclamano Petroleum Defense Guards, ovvero difensori della sicurezza degli impianti petroliferi. Il che non ha impedito alla produzione di greggio di precipitare a quota 90mila barili al giorno dagli 1,6 milioni dell’era Gheddafi.
La Libia post-rivoluzionaria è tutto questo. Ma non soltanto questo. C’è una Libia dentro la Libia che mal sopporta lo strapotere delle milizie e che sente tradita anzitempo una rivoluzione che prometteva una società nuova e soprattutto libera dopo quarantadue anni di regime. Una Libia delusa ma non completamente rassegnata, capace ancora, come sta accadendo a Bengasi, di scendere in piazza per protestare e chiedere sicurezza, stabilità, diritto: in altre parole, quello Stato che ancora non c’è e che fatica a nascere fra egoismi e rivalità tribali e quel sotterraneo trasformismo che ha finito con il contagiare anche le anime più pure degli shabaab, i giovanissimi che avevamo visto andare in battaglia nel 2011 per rovesciare quel padre-padrone che aveva addormentato la nazione sotto una coltre di conformismo e di elemosina di massa.
Dice nel suo Gouverner au nom d’Allah lo scrittore algerino Boualem Sansal, fermo oppositore di ogni fondamentalismo: «I popoli arabi d’oggi patiscono il conflitto fra i grandi desideri, le grandi illusioni di modernità e di democrazia e la lentezza con cui questi sogni e questi desideri si avverano: così accade nel Maghreb come in Egitto, in Siria, in Iraq». Una tesi che il politologo americano Omar Alghabra avvalora ricordando come le primavera arabe verranno ricordate un giorno «come un lungo processo di trasformazione e di evoluzione di cui oggi assistiamo solo al preludio».
Da Washington, Parigi, Londra e Roma – dai Paesi Nato cioè che maggiormente hanno concorso alla caduta del regime di Gheddafi e che hanno mostrato di illudersi che bastasse far cadere un despota perché la democrazia germogliasse sulle rovine di una dittatura – giunge puntuale il sostegno al governo libico e alla sua faticosa road map verso il futuro. Che avrà tempi arabi e difficoltà immani. Ma che è l’unica strada possibile da percorrere.
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